Virus – Recensione: Memento Collider

Nati dalle ceneri di una delle più straordinarie band prodotte dalla scena norvegese, ovvero i Ved Buens Ende, i Virus hanno proposto durante il loro percorso artistico una qualità invidiabile, andata però a discapito della quantità, visto che questo è solo il quarto disco intero in ben sedici anni di attività. E ciò è in qualche modo comprensibile in un momento storico in cui tutto si fagocita alla velocità della luce, per poi dimenticarsene altrettanto in fretta. Prendersi il tempo per capire ed apprezzare album diversi da tutto, come quelli che sono soliti confezionare i Virus, è quasi un sacrificio, da chiedere con parsimonia. Quello che possiamo garantirvi è che anche questa volta ne vale assolutamente la pena.

Non ci sono infatti grandi termini di paragone per descrivere l’insieme di influenze che si concretizza nello stile originale della band, anche perché ha senso parlare ormai di una norma musicale a sé stante, evolutasi all’interno di un discorso intrapreso già nei citati Ved Buens Ende e che ha contribuito essa stessa alla creazione di un sotto genere come l’avantgarde metal.

Quello che si sente in un disco come “Memento Collider” non è quindi concettualmente distante da quella idea iniziale, ma ne è semmai la conseguenza quasi inevitabile, conclusione di un percorso che ormai ha preso le distanze dall’anima più strettamente metal per spostare l’accento su quelle particolarità armoniche che i Virus da sempre mettono nella loro struttura compositiva.

L’insieme della unicità delle vocals e delle armonie di chitarra di Czral, con l’aggiunta della personale attitudine ritmica del duo Plenum/Einar Sjursø, prende forma in canzoni non semplici, ma che non mancano di una loro coerenza melodica. Siamo molto lontani da certe insensate devianze complicatissime da afferrare che circolano appunto nell’avantagarde più estremo, ma ascoltare una canzone di dieci minuti come l’iniziale “Afield” richiede comunque il momento adeguato. Ci sono infatti sottigliezze e accorgimenti a cui è giusto dare l’attenzione che meritano, visto che i Virus riescono allo stesso tempo ad essere psichedelici, post-moderni, dark e inserire curiosamente sullo sfondo una ritmica vagamente funky/jazz.

Non meno particolare è “Rogue Fossil” che immancabilmente fa venire in mente qualcosa dei Voivod più rock-oriented (vocals a parte), ma che riesce in una sintesi assoluta tra new-wave, psichedelia e avant-garde.

Il bello dei Virus è che non cercano di stupirvi con migliaia di cambi di ritmo e tecnicismi da virtuosi, ma badano incredibilmente al sodo, costruendo canzoni vere e proprie, con la loro struttura anche lineare (almeno a tratti), ma rese imprevedibili dal fatto che non sentono in dovere di seguire alcuna regola specifica.

Si sono infatti creati, verrebbe da dire guadagnati, una libertà artistica pressoché totale, per cui possono tranquillamente inserire nei loro brani parti acustiche, ritmi dark.wave, improvvisazioni jazz, etc… e riuscire a farle convivere con naturalezza all’interno di una coerenza stilistica ineccepibile. Ed in effetti ascoltando tracce come “Dripping Into Orbit” o la largamente strumentale “Phantom Oil Slick” (brano di nove minuti) si capisce che i nostri questa indipendenza se la godono per intero.

Non è metal, non è rock e neanche avantgarde music, quella dei Virus è semplicemente l’espressione artistica di una band non inquadrabile in schemi di base. Non abbiate aspettative e cercate di sintonizzarvi sul loro mood. Se ci riuscirete ne uscirete sicuramente soddisfatti.

virus

Voto recensore
8
Etichetta: Karisma Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Afield 02. Rogue Fossil 03. Dripping Into Orbit 04. Steamer 05. Gravity Seeker 06. Phantom Oil Slick
Sito Web: http://virusnorway.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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