Rush – Recensione: Vapor Trails

Il mondo del Nostro Genere Preferito ha senza dubbio di che gioire. Sin dall’annuncio della nuova uscita su disco per i canadesi Rush, una moltitudine di estimatori si è mossa, cercando per la rete, andando a scovare ogni possibile dettaglio sul nuovo capitolo della Premiata Ditta Peart – Lee – Lifeson. Siamo riusciti, grazie alla collaborazione con la CGD italiana ad avere il piacere di ascoltare integralmente questo diciannovesimo disco in studio rilasciato a sei anni di distanza da ‘Test For Echo’ e, a dirla tutta, siamo rimasti allibiti dalla carica esplosiva scaturita dall’impianto stereo. ‘Vapor Trail’ è un disco che affascina, che nella sua disarmante apparente semplicità di groove e canzoni nasconde le facce di tre musicisti che fanno della tecnica puro strumento per rendere buona musica in arrangiamenti, suoni e scrittura. Oltre al fatto di rappresentare una band fondamentale per un certo genere musicale. La produzione del disco, partendo dalla sua visione globale, è asciutta come nella migliore tradizione americana del rock e dirige spesso la rotta verso i lidi dei Tool nei suoni (ci si stanca di contare quanti suoni differenti di chitarra siano presenti all’interno del disco, finalmente una buona digressione invece della noiosa conta dei cambi di tempo). Togliendosi il fardello mentale del “ma non sono i Rush degli anni settanta, ottanta o novanta”, ci si appresta ad un viaggio costituito dai groove e da quella beatitudo che nell’ascoltatore si fa via via strada allo scorrere delle tredici canzoni dei Rush del Nuovo Millennio. Danno lezione, come se ci fosse bisogno di ribadirlo, questi signori, e la maestria è ciò che spinge i Rush a piazzare un lavoro di gruppo partendo da ‘One Little Victory’, granitica apertura del disco, per lasciare interdetti nella ripresa di quelle atmosfere di ‘Counterparts’ intinte nel pop intelligente e nelle ritmiche che ricordano da vicino (anche troppo, diranno in molti) una ‘I Will Follow’ degli irlandesi U2 nella successiva ‘Ceiling Unlimited’. Si tira avanti con quella che potrebbe essere definita la “canzone del singolo”, con una melodia che difficilmente si toglierà dalla testa, ‘Ghost Rider’ è questo ed è anche di più, una delle marce in più del nuovo album. Le vere sorprese iniziano a giungere in ‘Peaceable Kingdom’, dove una linea vocale prettamente di scuola hard core melodico sovrasta un tappeto ben noto a coloro che hanno seguito i Rush degli anni novanta. Come se un figlio bastardo ed esiliato dei Tool avesse ascoltato attentamente ‘Test For Echo’, come se i Rush del nuovo millennio partissero da qui. ‘Staps Lock Down’ è il classico pezzo trasversale da sempre celato nelle pieghe del nuovo corso dei canadesi, dotata di un velo psichedelico e di spruzzate di feedback che danno respiro alla canzone. ‘How It Is’ è la canzone che evita al disco di essere un macigno, vicina com’è alle introspezioni di Tom Petty piuttosto che al mondo dei Rush medesimi, che riacquista lo splendore con il suo finale Crimsoniano, ottimo preludio a ‘Vapor Trail’. Una canzone corale, voci doppiate, alternanza di pieni e vuoti costituiti dalle assenze/presenze degli strumenti che rincorrono la meta per ricongiungersi come sbuffi di vapore nella meticolosa costruzione della canzone. Senza alcun dubbio già un classico nella produzione Rush e terreno fertile per i saccheggi da parte di tutti coloro che attendono questo disco come il segnale dal quale ripartire per mettere in soffitta i “falsi sperimentalismi”. Sono “oltre”, i Rush, già, oltre ogni possibile attacco formale, oltre ogni sperimentazione da turbolenza, oltre la semplicità che sa cogliere il nocciolo e lo sviluppa, lo porta alla sublimazione dell’arte, alla creatività propria solo di chi ha onesto talento nel comporre musica, come viene ampiamente dimostrato da ‘Earthshine’ con quel suo riff che non giunge mai al completamento, partendo invece ogni volta dall’inizio, in circolo, come se Lifeson volesse intendere il moto perpetuo con una linea di chitarra. Ovviamente a spirale. Pare, poi, di essere invitati a cena da Frank And Further, icona del Rocky Horror Picture Show quando dagli amplificatori esce possente e obliqua ‘Nocturne’, schizzata e storta, presa nella morsa che tende a stritolarla ma non la porta al compimento dell’esplosione in attesa del prossimo ospite a cena che pare sia Robert Fripp in persona, abbigliato come in ‘Thrak’ per quella ‘Freeze’ che soddisferà i palati più esigenti con i Rush in versione “power trio”. Per concludere, ‘Out Of The Cradle’ si presenta come se fosse una canzone degli Yes spogliati dell’autocompaicenza e inzuppati di sintesi, ottimo congedo da uno dei dischi indubbiamente di maggior valore dell’anno in corso, con buona pace di tutti coloro che rialsceranno nuove canzoni durante l’anno e, se è permesso osare, forse uno dei dischi migliori dei Rush degli ultimi dieci anni. Adesso, per favore, prima di parlare di tecnica, di esperimenti e di feeling in un disco, ascoltatevi ‘Vapor Trails’ e smettetela di seguire tutti coloro che millantano nuove soluzioni musicali, jam session che diventano canzoni, arroganti complicazioni di riff rubati e atmosfere prese in prestito. I Maestri sono tornati, per gli altri c’è l’angolino in fondo a destra.

Voto recensore
9
Etichetta: Atlantic

Anno: 2002

Tracklist:

One Little Victory
Ceiling Unlimited
Ghost Rider
Peaceable Kingdom
Staps Lock Down
How It Is
Vapor Trail
Secret Touch
Earthshine
Sweet Miracle
Nocturne
Freeze
Out Of The Cradle


1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Alessandro

    Molto bella, complimenti. Un disco non immediato, che scava dentro.

    Reply

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