Anaal Nathrakh – Recensione: Vanitas

Gli Anaal Nathrakh sono adepti della violenza. Fin dai primi lavori hanno cercato in tutti i modi di coniugare la ferocia del black metal necrotizzato con l’altrettanto insensata brutalità del grind di casa in terra d’Albione, riuscendoci spesso piuttosto bene.

“Vanitas” trasgredisce, ma solo in parte, a questa regola e ci consegna dieci tracce che scelgono prevalentemente un campo un po’ più specifico, ovvero quello del black metal percorso da melodia che non poco ricorda la scena scandinava. Non siamo però nel campo dell’ennesima carta carbone, perché davvero non se ne potrebbe più; gli Anaal Nathrakh fanno comunque pesare la propria personalità e non rinunciano quindi alla matrice grind, death e anche a certe spruzzate industriali che da sempre sono parte integrante dello stile espressivo della band.

“Forging Towards…” gode ad esempio di un riff e un ritornello in pulito che sanno decisamente di swedish, ma nel complesso riesce a mantenere una sua identità riconoscibile. Aa far inquadrare meglio dove sono andati a parare gli Anaal Nathrakh è però un brano come “Todos Somos Humanos” che in soli quattro minuti coniuga tutti gli elementi citati fino ad ora, facendo capire come a deviare quel poco sia stata più che altro la forma, mentre la sostanza del progetto resta in tutto e per tutto votata al desiderio di distruzione.

Aspirazione verso la quale la band britannica si dimostra senza dubbio più che preparata (e qui non c’erano dubbi), visto che nei quaranta minuti dell’album sono ben pochi i passaggi rallentati e nel caso solo pensati in funzione di ripartenze ancora più aggressive. “You Can’t Save Me” e “Make Glorious The Embrace Of Saturn” hanno ad esempio un’anima nera e disperata, ma quasi grind-punk oriented nel riffing, dall’effetto d’insieme ottimamente pensato e dall’impatto istantaneo.

Per contrasto la band fa giustamente seguire il più lento e maligno “Feeding The Beast”, dall’andamento doom funereo e da cui emerge un puzzo mortale reso con assoluta credibilità.

Particolare, sia per l’uso di una melodia dal tono più metal classico che per l’introduzione di un coro pulito estremamente epico è soprattutto il finale di “A Metahpor For The Dead”, mentre quello che era stato il singolo di presentazione, ovvero “Of Fire, And Fucking Pigs” rimane uno dei brani che ci paiono meno riusciti, con un riff grind oriented e urla belluine fin troppo sconclusionate a fare da cornice.

Nel complesso “Vanitas” è senza discussione un album riuscito,  sia per immediatezza che per varietà di stili, con cattiveria e melodia dosate intelligentemente e una tinteggiatura nero pece che ben si adatta alla materia proposta. Da tenere in doverosa considerazione…

Voto recensore
7,5
Etichetta: Candlelight Records

Anno: 2012

Tracklist:

01. The Blood-Dimmed Tide (3:21)
02. Forging Towards the Sunset (3:47)
03. To Spite the Face (4:04)
04. Todos Somos Humanos (4:15)
05. In Coelo Quies, Tout Finis Ici Bas (4:32)
06. You Can't Save Me, So Stop Fucking Trying (3:03)
07. Make Glorious the Embrace of Saturn (2:42)
08. Feeding the Beast (4:59)
09. Of Fire, and Fucking Pigs (3:01)
10. A Metaphor for the Dead (4:20)


Sito Web: https://www.facebook.com/Anaalnathrakhofficial

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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