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Usnea – Recensione: Portals Into Futility

Ancora una volta doom metal spruzzato di black per gli americani Usnea, che con “Portals Of Futility” tagliano il traguardo del terzo disco. A circa 3 anni da “Random Cosmic Violence” la band di Portland prosegue la sua strada, senza dubbi o cedimenti, mettendo in gioco il destino della terra in un album ambientato in un futuro distopico.

Nei 55 minuti circa che i nostri mettono in scena, la componente doom è dannatamente evidente. Tempi lenti, funebri, come una processione verso l’abisso. “Eidolons And The Increate” è la prima tappa di questa discesa, chitarra pesantissime, una voce che diventa ringhio ed un senso di oppressione da far esplodere cuore e testa. Un viaggio nel vuoto, dove dolore e chitarre sempre più “spesse” rendono il viaggio apparentemente interminabile.

“Lathe Of Heaven” è il passo successivo, dove una batteria scarna e secca introduce quella che dopo le prime note sembra essere una piccola sospensione dalla discesa nel fuoco eterno. Una chitarra dai trappi sabbiosi appare, illumina la scena di un percorso che sembra trovare una pausa. Ma poi tutto cede e si ripiomba nell’abisso. La serenità sembra sparire e l’abisso torna protagonista. Fino al fondo delle speranze, quando un feedback assordante risveglia l’anima dell’ascoltatore facendogli abbracciare la terrifcante “Demon Haunted World”. Nei suoi “soli” 6 minuti e mezzo riesce a trasmettere la disperazione di chi ha perso tutto, mente, speranze, affetti e finisce per essere inghiottito dai suoi demoni. Melodie tetre, che vanno a braccetto con una batteria ed un basso secchi ed essenziali, che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione e restano accanto all’ascoltatore quasi come a guidarlo nel passo condotto dalla chitarra e dalla voce.

Non c’è pausa, non c’è speranza, perché “Pyrrhic Victory” incalza e diventa ruggito di chi pur di vincere una battaglia mette troppo in gioco e cade sconfitto. Ed il canto della chitarra è dolente, quasi a rendere omaggio al “vittorioso perdente”, troppo ferito per potersi risollevare fino poi a trasformarsi in rabbia e frustrazione con la scarica d’energia finale.

Chiude l’album l’epica e drammatica “A Crown Of Desolation”, 19 minuti di cambi d’umore, con Zeke Rogers (batteria) ed i due chitarristi Johnny Lovingood e Justin Cory a rendere questa canzone quasi un’eperienza mistica. Da ascoltare ad occhi chiusi la parte centrale della traccia, che sembra respirare tra le note delle chitarre e che diventa sempre più grande, scomparendo prima di esplodere. Per l’ultima volta.

Un disco come un coltello nella carne, dolore e sangue che si mischiano e diventano musica terribile ed opprimente. Una rivelazione.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Relapse Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Eidolons and the Increate 02. Lathe of Heaven 03. Demon Haunted World 04. Pyrrhic Victory 05. A Crown of Desolation
Sito Web: https://usneadoom.bandcamp.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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