Unruly Child – Recensione: Our Glass House

Formatisi nel 1991, sciolti nel 1993 ed artisticamente resuscitati dalle amorevoli cure di Frontiers nel 2010, gli statunitensi Unruly Child hanno finalmente trovato una continuità che da allora li ha visti affacciarsi regolarmente sulle classifiche ogni due o tre anni. Ulteriormente rinvigoriti dal ritorno in formazione dei tre membri originali Marcie Michelle Free, Bruce Gowdy e Guy Allison, i cinque danno oggi alle stampe un disco di qualità e di quantità, con dodici-tracce-dodici ai quali affidano il compito di presentare un concetto di rock melodico che, fin dalle prime battute, non appare per nulla scontato. Se c’è una cosa che non difetta ad “Our Glass House”, infatti, questa è la personalità: lo stile dolce e spalmato dei nostri potrebbe essere una versione dei Great White attualizzata nei suoni, qui più freddi, riverberati e meccanici. Ma anche una citazione dotta degli ZZ Top. Oppure ancora il frutto di un ripensamento che trasforma il meglio dell’AOR in un connubio originale. Questo fortunato amalgama di melodie liquide, sonorità moderne ed una sottile inquietudine di fondo (le sirene di “Say What You Want” mi hanno ricordato l’intro di “Dr. Feelgood”) fa della “casa di vetro” un prodotto decisamente interessante, a metà tra qualcosa di immediatamente cantabile ed una colonna sonora piena ed avvolgente che può essere assorbita con la pelle, ancor prima che con le orecchie. 

A tratti la fusione di hammond, ritmiche di chitarra e sonagli in sbarazzino levare è così convincente da diventare un incantevole esercizio di composizione, grazie al quale il risultato finale sembra animarsi di vita propria e procedere per inerzia, dopo un rodaggio iniziale. Marcie Free (nato Mark Edward Free) non è forse la più carismatica né la più tecnica delle frontwoman, ma il suo stile pulito e privo di qualsiasi ruvidezza sembra farsi strumento, ancor più che partecipe cantore, ed in questa veste il suo contributo – stilisticamente simile a quello di Arno Menses dei Sieges Even – trova una collocazione che ha senso. A beneficiare di questa  combinazione sono soprattutto gli episodi più dolci – ma non per questo privi di un qualche mordente – come “Catch Up To Yesterday”, nei quali la band appare in uno stato di grazia e tranquillità assoluta, grazie alla quale le note sembrano spiccare il volo libere e leggere, tanto è naturale ed ipnotico il loro fluire. Privo di episodi consumabili al volo, il disco offre una netta separazione stereofonica ed una struttura ricorrente che vede ogni brano crescere ed insinuarsi un poco alla volta, sovrapponendo gli strati grazie ad un eccellente lavoro di produzione e cesello (“The Wooden Monster”), infittendo il groove (“Underwater”) ed aggiungendo qualche elegante rifinitura mutuata ora dal prog (“We Are Here To Stay”), ora dall’hard rock più sanguigno e genuino (“Everyone Loves You When You’re Dead”, “Freedom Is A Fight”). Impossibile non citare, a conclusione dei primi ascolti, l’elegante orchestrazione di “To Be Your Everything” ed il feeling senza tempo di “Let’s Talk About Love”, due classici riarrangiati con gusto e che sembrano tracciare una linea di continuità nel percorso di una band ormai alla sua nona uscita in studio.

La consapevolezza dei propri tempi sembra uno degli assi nascosti nelle dieci maniche coinvolte nel progetto: la capacità di dilungarsi quando è possibile farlo e stringere i tempi quando si sente di aver già detto tutto è talento raro, del quale gli Unruly Child sono dotati: ascoltare un disco di oltre un’ora senza avvertire la stanchezza né la sensazione di aver buttato al vento un solo minuto è convincimento raro e sensazione appagante. Ed il frutto di una forma di rispetto nei confronti dell’ascoltatore, in tempi nei quali la sua fugace, volubile attenzione è la merce che ogni forma di intrattenimento si contende. Nonostante la definizione di melodic rock sia sostanzialmente accurata per questo lavoro, va detto che l’accento è da ritenersi decisamente più spostato sull’elemento rock, soprattutto quando il volume di riproduzione può rendere giustizia alle escursioni dinamiche proprie di questa generosa tracklist. Comunque lo si ascolti, “Our Glass House” rimane un disco fresco ed allo stesso tempo straordinariamente maturo, ambizioso e sfrontato, dotato di una capacità comunicativa varia ed efficace che trasforma la regola melodica da gabbia dorata a pura, funzionale grammatica delle emozioni. Per questo, e per altro ancora destinato ad emergere ad ogni ascolto, l’ultimo lavoro della formazione americana non potrà non evocare un ricordo, solleticare un’emozione e strappare un applauso ai fan della prima ora, ed a quanti non sanno ancora di esserlo.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Poison Ivy 02. Say What You Want 03. Our Glass House 04. Everyone Loves You When You’re Dead 05. Talked You Out Of Loving Me 06. Underwater 07. Catch Up To Yesterday 08. Freedom Is A Fight 09. The Wooden Monster 10. We Are Here To Stay 11. To Be Your Everything 2020 12. Let’s Talk About Love 2020
Sito Web: facebook.com/unrulychildband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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