Joy Division – Recensione: Unknown Pleasures

Non è facile scrivere su questo album. Come faccio ad essere all’altezza delle parole di Ian Curtis, della sua sensibilità e debolezza? L’uomo piegato su se stesso che non è stato in grado di trovare una via d’uscita, che ha sempre pensato che questo mondo non gli appartenesse e che a ventitré anni l’ha fatta finita. La carriera dei Joy Division ha la durata di un paio d’anni circa ma in così poco tempo sono riusciti a lasciarci due perle assolute e irripetibili della musica post-punk/new-wave, dando vita a un filone che avrà tanti seguaci, il movimento dark. “Unknown Pleasures” e “Closer” sono due macigni senza speranza né via d’uscita: se vi lascerete legare, cadrete a picco. Non si esce dai Joy Division, non si torna dai Joy Division, siatene consapevoli prima di entrarci. Se non volete ammalarvi, se credete che il vostro cuore non reggerebbe, lasciate perdere. “Unknown Pleasures” è ancora l’ultimo grido disperato di Ian Curtis che cerca di aggrapparsi, di reagire, ma invano. Si perché il seguente e ultimo atto, “Closer”, ci mostra già un ragazzo agli ultimi respiri, inerme di fronte alla vita. Il 1979 è l’anno in cui viene pubblicato “Unknown Pleasures”, album d’esordio dei Joy Division, la finestra di quel tragico presagio. Già la copertina è suggestiva: sfondo nero e una serie fitta di linee bianche che si increspano. Non esistono sfumature in questo album, solo forti emozioni che tagliano netta l’atmosfera. Lo si capisce dall’incipit, “Disorder”, con quel ritmo confusionale, rapido, che non lascia tregua: già dal primo secondo non ci sono più vie d’uscita. La batteria e il basso impazziti di Morris e Hook, la chitarra tagliente di Sumner, e Ian che canta già la sua rassegnata disperazione: “I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand/Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?”. Il disordine lascia spazio alle atmosfere più oscure, alla depressione più profonda di Curtis; senza trapassi si entra in una marcia dark, lenta, pesante, tagliata da una chitarra violenta, metallica, “Day of the Lords”, e la voce di Ian che si fa sempre più disperata, urlando “Where will it end?” fino allo sfinimento. E infatti la marcia non finisce ma si prolunga con “Candidate”, angosciante e misteriosa come gli echi improvvisi della sua chitarra. Il ritmo e la tensione aumentano un po’ con “Insight”, dove il basso di Hook fa ancora da padrone e scandisce il lamento di Curtis, il tutto devastato all’improvviso da suoni brulicanti e nevrotici. “New Dawn Fades” è forse il cardine di questo capolavoro e la punta di diamante di tutto il movimento dark. È un pezzo di così profonda angoscia dell’io che entra nelle ossa. È una profonda discesa senza appiglio. L’intro della batteria e del basso dilatati e profondi da far rabbrividire; il riff di chitarra che segue, che incide la pelle lasciando ferite senza rimarginazione; la voce di Ian Curtis al limite della disperazione che ci lascia attoniti: “It was me, waiting for me/Hoping for something more/Me, seeing me this time/Hoping for something else”. Si cambia ritmo e arriva il classico “She’s Lost Control”, con la sua batteria ovattata, il basso dinamico, la chitarra con i suoi improvvisi riff decisi e gli echi infiniti della voce di Ian che rendono il tutto davvero ipnotico tanto che è impossibile non identificarsi e non perdersi in quel continuo “She’s lost control again/she’s lost control”. Non c’è tregua, arriva la disperazione che si fa rabbia di “Shadowplay”: il basso di Hook al limite della distorsione che evoca solo oscurità dentro la mente, l’assolo di chitarra di Sumner che dilata e rilassa per poco l’atmosfera, ma ci pensa la voce di Ian a dilaniarci dentro:”To the centre of the city where all roads meet, waiting for you/To the dephts of the ocean where all hopes sank, searching for you/I was moving through the silence without motion, waiting for you/In a room without a window in the corner, I found truth”. È un forte momento di solitudine. “Wilderness” è forse il punto meno vicino all’oscurità che caratterizza questo album, con un ritmo incalzante e a tratti positivo. “Interzone” si avvicina molto alle origini punk dei Joy Division, brano dal ritmo tirato, e con meno disperazione e più rabbia Ian canta:”Try to find a way to get out”. Arriva la fine, “I Remember Nothing”, il degno finale lento, pesante, nell’oscurità più profonda. Non si riesce a vedere nulla, solo sentire. Pochi colpi di batteria a scandire la ritmica; un basso che si fa sentire con singole note, così inverosimilmente dark; l’alone di mistero dettato dalla tastiera. Sei minuti in cui la voce di Ian Curtis si sovrappone, si rincorre e si esprime nell’apice della sua cupezza. Il tutto accompagnato dal rumore di oggetti scagliati che si rompono e che provocano delle ferite al cuore che non andranno più via. Non è stato facile scrivere su “Unknown Pleasures” e non so se sono stata all’altezza. Quello che so è che va ascoltato per capire cosa si prova, senza parlare. L’animo sensibile di Ian Curtis va ascoltato, senza discuterne troppo. Non si comprende con le parole la fragilità di questo ragazzo. Bisogna avere davvero coraggio con lui, bisogna avere il coraggio di farsi prendere per mano, quella mano pallida senza voglia di vivere, e farsi portare nei meandri del suo mondo senza luce, ascoltare la sua disperazione e portarsene addosso per sempre il peso per fargli compagnia. Io l’ho fatto e continuerò a farlo.

Etichetta: Factory Records

Anno: 1979

Tracklist:

01. Disorder

02. Day of the Lords

03. Candidate

04. Insight

05. New Dawn Fades

06. She's Lost Control

07. Shadowplay

08. Wilderness

09. Interzone

10. I Remember Nothing


Sito Web: http://www.thejoydivision.altervista.org/

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