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Megadeth – Recensione: United Abominations

Una considerazione è facilmente deducibile dall’ascolto di ‘United Abominations’: Dave Mustaine è uno dei quei fortunati bastardi a cui è sufficiente essere se stesso per fare meglio degli altri. Il progressivo riavvicinamento allo speed metal è una certezza di qualità e basta ascoltare ‘Sleepwalker’ per capire che certe ritmiche di chitarra e certi assoli sono talmente radicati nello stile classico della band da non avere altro padrone possibile. Certo rispetto alla selvaggia ed impulsiva violenza degli inizi i Megadeth di oggi sono una band più ordinata e “rotonda”, con un’impronta melodica marcata dalle linee vocali di Mustaine, dimostrazione che i dischi degli anni novanta hanno comunque lasciato buoni insegnamenti sotto questo punto di vista. Ma per quanto riguarda la struttura ritmica e soprattutto la quantità e la tipologia degli assoli, il disco è sicuramente quello più speed oriented da parecchio tempo a questa parte, un passo oltre anche al precedente ‘System Has Failed’. Se si escludono la poco significativa riedizione di ‘A Tout Le Monde’ e un paio di brani appena sottotono come ‘Blessed Are The Dead’ (riff alla AC/DC e liriche apocalittiche, ma anche troppo staticità) e la più hard-rock ‘Pay For Blood’, il resto è un ottimo esempio di puro Megadeth-style. Non ci sono certo molte idee nuove, visto che riferimenti stilistici ad album come ‘Rust In Peace’, ‘Countdown To Extinction’ e ‘Youthanasia’ si possono cogliere senza fatica dispersi in quantità variabile nelle nuove composizioni. Non si tratta però di una noiosa ripetizione, quanto di una nuova elaborazione di concetti familiari che acquisiscono come detto sopra una forma più ordinata figlia di un equilibrio emotivo più stabile (che sia l’avanzare degli anni?). Faranno discutere, e molto, alcuni testi: la lingua di Mustaine è tagliente come una lama e la stesura inconfondibile (‘Amerikhastan’?), ma la ritrovata fede nella cristianità e in un certo patriottismo filo-presidenziale hanno prodotto risultati lirici a volte poco condivisibili. Un po’ troppo sopra le righe suonano il disprezzo dell’istituzione O.N.U. (evidente già dal titolo), considerata una pagliacciata immorale che vive alle spalle degli U.S.A., un certa chiusura a riccio sul qualunquismo pro-america-fedecristiana-capitalismo e i molti riferimenti profetici (‘Washington Is Next’) che sanno molto di (ben scritta) predica della domenica. Opinioni che sembrano forse soluzioni facili a problemi ben più ampi, ma che suonano anche come provocazioni utili ad una riflessione in tempi come questi dove troppo spesso si rischia di scambiare l’ipocrisia immobilista del politicamente corretto (passatempo preferito di chi ha la pancia piena) per grandi valori di libertà e democrazia. Meglio allora uno come Mustaine che dice quello che pensa senza paura di mettersi in discussione. Che dire, caro Dave: “If there’s a new way, I’ll be the first in line…”

Voto recensore
8
Etichetta: Roadrunner Records / Warner Music

Anno: 2007

Tracklist:

01. Sleepwalker

02. Washington Is Next!

03. Never Walk Alone

04. United Abominations

05. Gears Of War

06. Blessed Are The Dead

07. Play For Blood

08. A Tout Le Monde (Set Me Free)

09. Amerikhastan

10. You're Dead

11. Burnt Ice


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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