Ulver – Recensione: ATGCLVLSSCAP

ATGCLVLSSCAP, ovvero il tredicesimo studio album degli Ulver, potrebbe segnare l’inizio di un nuovo percorso per il gruppo norvegese. Un cammino ormai sempre più distante dal metal a tutto tondo, in particolare dal panorama black che negli anni’90 ha generato una delle entità più duttili della scena musicale contemporanea. Parliamo di nuovo percorso perchè “ATGCLVLSSCAP“ affonda le radici nell’esigenza di improvvisazione e totale libertà che ultimamente interessa i lavori del collettivo di Oslo, iniziata nello split con i Sunn 0))), “Terrestrials” e culminata nel tour dello scorso inverno, quando Kristoffer Rygg (o Garm, se vi suona meglio) e soci, hanno reinventato e destrutturato brani della propria discografia e anche creato nuovi scenari musicali.

ATGCLVLSSCAP“ è tutto questo e anche di più. E’ un album che arriva dall’improvvisazione, ma attenti, non c’è anarchia esecutiva, nulla è affidato al caso. I brani sono stati poi ricomposti e rifiniti in studio, per quanto l’intenzione fosse sempre quella di non stravolgere la struttura nata dalla jam. L’album viaggia su numerosi binari, di certo è riconoscibile l’istinto sonoro dei lupi norvegesi, altrettanto (l’inevitabile) influenza dronica, che sembra piacere molto a Rygg,  lasciata dall’esperienza in studio con i Sunn 0))) (ed è probabile che “Terrestrials” ne contenesse solo una parte), nonchè la rielaborazione del vecchio rock psichedelico che ci riporta a “Childhood’s End”. Eppure niente è fuori posto, ogni brano è stato plasmato con una cura maniacale e presenta una specifica forma canzone dove eleganza e orecchabilità non mancano mai. Che poi si tratti di bucolico ambient, notturna malinconia wave, rock psichedelico o dream pop, poco importa. Tutto torna.

Ottanta minuti di musica non sono pochi ma l’album non fa registrare cali di tensione, sebbene l’ascolto debba essere concentrato, perchè il fine ultimo non è certo quello dell’intrattenimento. Dobbiamo essere onesti: il rischio è sempre in agguato. Se non avete mai amato la band, o per lo meno non avete approvato la sua svolta, troverete l’album pretenzioso e salottiero, forse come ogni loro disco a partire da “Perdition City”. In caso contrario, godrete di un viaggio che ci porta in un mondo musicale in continuo movimento, dove i suoni diventano esperienza non solo uditiva ma sensoriale. Ed è piacevole poter chiudere gli occhi e associare ai suoni sensazioni tattili e visive.

Varrebbe davvero la pena potersi soffermare su ogni singolo brano, perchè qui non vi sono ripetizioni nè somiglianze marcate, tuttavia nella necessità di dover essere sintetici, ci limitiamo ad estrarre alcuni esempi che al meglio descrivono la natura di “ATGCLVLSSCAP“. “Glammer Hammer” parte con un’anima percussiva dal sapore etnico che sembra chiamare in causa i Dead Can Dance di “Spiritchaser”, per evolvere in una wave notturna che si fa vieppiù sostenuta con l’arrivo della chitarra, mantenendo però una melodia portante gradevole e suggestiva. “Cromagnosis” accoglie al meglio le influenze pinkfloydiane, lasciando che il suo ruvido hard blues si irrobustisca a favore di soluzioni metalliche, fino a contorcersi in un inaspettato finale dronico. Abbiamo poi la silente “Gold Beach”, lineare ma delizosa, capace nei suoni liquidi di lasciarci immaginare il vento che soffia sul mare e il canto dei delfini. “Nowhere (Sweet Sixteen)” è uno dei pochi brani dove possiamo godere della voce in una traccia onirica e sfuggente come un blues suonato in un piccolo locale fumoso, che poi via via accoglie accelerazioni metalliche che addirittura ricordano il periodo di “…The Marriage…”, per quanto rivedute in un’ottica contemporanea.

Il nuovo, prezioso tassello di una discografia senza regole e senza confini.

Ulver-Atgclvlsscap-cover

Voto recensore
8
Etichetta: House Of Mythology

Anno: 2916

Tracklist: 01. England's Hidden 02. Glammer Hammer 03. Moody Stix 04. Cromagnosis 05. The Spirits That Lend Strength Are Invisible 06. Om Hanumate Namah 07. Desert/Dawn 08. D-Day Drone 09. Gold Beach 10. Nowhere (Sweet Sixteen) 11. Ecclesiastes (A Vernal Catnap) 12. Solaris
Sito Web: http://www.jester-records.com/ulver/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. francesco

    disco veramente brutto, come diceva la mia prof di italiano: “poche idee e confuse”
    e pensare che ho buttato quasi 50 euro per prendere questa atrocità in preordine.
    aggiungo che secondo me chi gli da più di 5 il disco non l’ha neanche ascoltato oppure ha ricopiato qualche rece presa sui siti esteri.

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