Ultraphonix – Recensione: Original Human Music

Il singolo uscito qualche settimana fa, ovvero “Walk Run Crawl”, aveva sinceramente fatto presagire ad un album piuttosto diverso da quello che si rivela “Original Human Music” ad un ascolto completo. Gli Ultraphonix sono infatti la classica super-band, un gruppo in cui convivono due mostri della storia della musica hard rock americana, vale a dire Corey Glover e George Lynch, spalleggiati da una solida base ritmica composta dal batterista Chris Moore e dal bassista Pancho Tomaselli. Chiaro che vista la versatilità dei musicisti coinvolti ci si potesse aspettare qualsiasi cosa, ed ecco perché il roccioso brano apripista sopracitato aveva dato spazio all’ipotesi che ci si potesse trovare davanti ad una miscela che andasse verso il lato più rock del potenziale in canna… ed invece tutto si può dire di “Original Human Music”, meno che sia un album di puro e omogeneo hard rock.

Molto spazio viene infatti occupato da influenze diversissime, tra cui il funky e il rhythm and blues appaiono quelle più evidenti, anche se spesso, ad esempio in un brano come “Ain’t Too Late”, l’energia del rock viene comunque fuori nella sostanza del suono. Non c’è invece molto della tradizione rock o hard rock nella struttura e nel modo in cui la band approccia il groove e la musicalità della maggior parte delle canzoni. Se prendete esempi come “Baptism” o “Heart Full Of Rain” non è infatti difficile sentirci qualcosa della tradizione soul, ma pur sempre rigirato in una chiave personalissima e, sicuramente, più immediatamente accostabile ai Living Colour che ai progetti in cui normalmente si può sentire la chitarra di Lynch.

Come potete immaginare il nostro, da vero fenomeno qual è, non ha nessuna difficoltà a ripescare le proprie radici blues e R&B e ad adattarsi alla situazione, trovando il giusto spazio per finezze e assoli che non risultano per nulla marginali nel contesto globale (ascoltate ad esempio come la chitarra sia protagonista in una brano in cui a far da fulcro parrebbe essere invece la linea vocale, come la suadente “Another Day”).

Sgomberato quindi il campo dal possibile equivoco di trovarci a dover recensire un disco relativamente semplice e d’impatto, non possiamo che osservare come l’album offra una rilevante quantità di variazioni tematiche e, in pratica, di canzoni piuttosto valide, sia nella sostanza delle, molto variegate, composizioni che nel modo in cui il sound viene proposto. Il lavoro della base ritmica è encomiabile, ed emerge soprattutto in brani dalla struttura meno lineare, come “Free”, “Power Trip”o “Suol Control” (in cui l’incrocio tra funky e fusion diventa evidentissimo). Ma non sorprende che siano i due protagonisti Glover e Lynch a farla da padroni, il primo grazie ad un’interpretazione vocale sempre perfetta e sentita, il secondo con un lavoro di chitarra che pur distante dall’ambito hard, rimane di una qualità straordinaria.

In fondo quello proposto dagli Ultraphonix è una forma, nemmeno così inaspettata, di crossover, solo in una modalità alla quale il pubblico rock non è probabilmente abituato. Chi però ama una band come i Living Colour e più in generale non si ferma davanti ad un lavoro non sempre d’impatto immediato, allora è facile che si prenderà il tempo per lsciarsi crescere dentro l’arte non certo banale che sta dietro alle canzoni qui raccolte. Non un capolavoro, sia chiaro, ma sicuramente un buon debutto, cui speriamo si possa dare un seguito ancora migliore.

Voto recensore
7,5
Etichetta: earMusic

Anno: 2018

Tracklist: 01. Baptism 02. Another Day 03. Walk Run Crawl 04. Counter Culture 05. Heart Full Of Rain 06. Free 07. Wasteland 08. Take A Stand 09. Ain't Too Late 10. Soul Control 11. What You Say 12. Power Trip

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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