Turilli/Lione Rhapsody – Recensione: Zero Gravity (Rebirth And Evolution)

Era la logica evoluzione dopo il tour “reunion” da trionfatori assoluti. Il passo per trasportare i Rhapsody (Of, ‘S e quest’ultima) nel 21° secolo. La nuova incarnazione dei Rhapsody prede il nome delle due figure di spicco della band italiana, quella di Luca Turilli e di Fabio Lione.

Due leader, due frontman ed un progetto da far ripartire con l’urgenza di chi si è reso contro di avere di nuovo tra le mani l’occasione della vita. Ghiotta e da cementare senza percorrere la facile strada del già sentito. Heavy metal sinfonico elevato all’ennesima potenza quindi? No, assolutamente no perché i nostri – a parte qualche minima incursione – privilegiano la strada diretta della “forma canzone” e dell’”in your face”.

L’intro è oscura, dal “sapore futuro”, che si fonde con “Phoenix Rising”. Se l’impatto è quello di una vera e propria esplosione, la canzone non decolla mai del tutto. Piacevole sì, ma l’impasto tra cori e Lione non decolla mai del tutto. Piace invece l’inserto solista di Turilli, sufficientemente melodico. Perfettamente catchy ”D.N.A. (demon and angel)”, aggressiva e ben giocata tra Fabio e l’ormai onnipresente Elize Ryd degli Amaranthe. Carina, ma poco altro nella storia Rhapsody.

Gioca tra classico e moderno il “dinamico duo”, cerca toni freddi tra grigio e nero (come nell’artwork) ma a volte non centra l’obbiettivo come l’intricata “Zero Gravity”. Partenza difficoltosa per poi concretizzare il tutto con un discreto chorus dall’indiscutibile impronta Rhapsody.  Il disco per fortuna cresce dopo aver rischiato di perder la bussola e “Fast Radio Burst” si dimostra una gran canzone ed autentico punto di svolta.

Non aspettatevi il pomposo, tronfio ed arrogante (detto con il massimo rispetto) Hollywood Metal degli esordi, ma una versione decisamente più battagliera dei nostri. La zampata del campione è sempre dietro l’angolo “Decoding The Universe” lo dimostra costruendo una canzone complessa ma di grande presa melodica arrivando a citare i Queen più oscuri di “The Prophet’s Song” prima del gran finale.

Saltando a piè pari la strumentale “Origins” ecco “Multimensional” che gioca con trame prog più “futuristiche” e cresce minaccioso fino ad un break etereo che lascia quasi senza fiato. Forzata (nel contesto del disco) “Amata Immortale”, che rompe il patto con gli ascoltatori nonostante l’intensità messa in campo dai nostri. Voce e piano, ma forse nel mood di “Zero Gravity” non sembra calarsi a pennello.

Bella la conclusione con “I Am” (ospite Mark Basile dei DGM) ed il tour de force di “Arcanum (da Vinci’s Enigma)”.

Il disco non è il capolavoro che molti (anche il sottoscritto, forse, anzi certamente, ingenuamente) attendevano, ma una piccola pietra per riprendere a costruire una strada spezzata forse con troppo anticipo. Il livello rispetto alla “concorrenza” è altissimo sia ben chiaro, ma per le potenzialità dei nostri era lecito aspettarsi qualcosina di più

Luca e Fabio scommettono forte sul nuovo corso dei Rhapsody, ora sta a voi capire se andare e vedere le loro carte.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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