Trivium – Recensione: What The Dead Men Say

Dopo ben 20 anni di carriera, i Trivium si sono fatti meritatamente strada nel panorama heavy, consegnandoci sempre lavori all’altezza della loro fama. Sono passati tre anni dall’ultimo disco e “What The Dead Men Say” rappresenta un nuovo capitolo nella storia della band: un connubio tra tradizione e innovazione, in cui tutti i punti di forza vengono selezionati e potenziati al massimo. C’è di tutto. C’è “Ascendacy”, c’è “In Waves”, ci sono “Silence in the Snow” e “The Sin and The Sentence”. E’ un riassunto dell’essenza stessa dei Trivium e racchiude il loro sound, che è sempre un work in progress con lo sguardo puntato verso il futuro e verso nuove esperienze artistiche.

I Trivium sono figli dei Metallica, come si evince dall’intro “IX”, e forse è proprio per questo che mi piacciono così tanto. Il debito nei confronti della band californiana è tanto, anche se non si ha mai la sensazione di un’emulazione fastidiosa. Sin da “Ember To Inferno” i Trivium hanno avuto un’identità ben chiara, che ha assunto diverse sfaccettature nei vari album. Vorrei ricordare che il nome della band deriva dal latino e indicava le tre principali scuole di insegnamento, allo stesso modo il termine simboleggia anche il suono tripartito dei Trivium: thrash, metalcore e progressive metal. “What The Dead Men Say” è costruito su tutti questi presupposti e ne abbiamo avuto già un’anticipazione nei due singoli, la traccia omonima e “Catastrophist”. I Trivium sono tecnica, ma senza mai cadere nel virtuosismo eccessivo, sono potenza vocale e growl, senza trascurare i ritornelli coinvolgenti. Questo nono lavoro in studio è energico e dinamico, con vari cambi di tempo, ritmo e struttura ed è forse in questo che si nota maggiormente l’influenza progressive. Come accennato precedentemente, oltre alle novità c’è anche una serie di autocitazioni. Infatti, “Amongst The Shadows And The Stones” ha l’energia di “Rain”, mentre “The Defiant” avrebbe potuto essere la quattordicesima traccia di “In Waves”. “Bleed Into Me” occupa il posto di “Endless Night” e “Other Worlds”, ma è caratterizzata dalla presenza massiccia del basso di Paolo Gregoletto e dal cantato di Matt Heafy quasi interamente a voce pulita, calda e avvolgente. Il basso fa la sua comparsa anche in “Scattering The Ashes”, una nuova “Dead And Gone”, ma forse una delle più particolari e meglio riuscite, oltre ai due singoli, è “Sickness Unto You” per il suo dinamismo e per l’inclusione di varie sezioni strumentali, che ci ricordano che i Trivium non sono solo una band thrash e metalcore. Anche Corey Beaulieu e Alex Bent hanno ampi spazi di espressione all’interno delle varie canzoni. Chiudono poi il disco “Bending The Arc To Fear” e “The One We Leave Behind”, la prima con reminiscenze del passato e assoli dinamici, l’altra con un ritmo tranquillo e sostenuto, ma che di fatto non apporta nulla di nuovo rispetto alle precedenti tracce.

What The Dead Men Say” è il prolungamento di “The Sin And The Sentence”, anche se non ha così tante tracce memorabili che a distanza di 3 anni non mi hanno ancora annoiata. Sono soddisfatta? Sì. Mi aspettavo qualcosa in più? Forse sì. Ma i Trivium rimangono una delle realtà più interessanti degli ultimi decenni: non sono solo dei bravi compositori, ma anche degli ottimi performer dal vivo. Sono sicura che, quando ne avremo la possibilità, il tour di “What The Dead Men Say” ci farà apprezzare il disco ancora di più.

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. IX 02. What the Dead Men Say 03. Catastrophist 04. Amongst the Shadows & the Stones 05. Bleed into Me 06. The Defiant 07. Sickness Unto You 08. Scattering the Ashes 09. Bending the Arc to Fear 10. The Ones We Leave Behind

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