Trivium – Recensione: In The Court Of The Dragon

In The Court Of The Dragon” non è un disco facile da giudicare. In uscita per Roadrunner Records appena un anno e qualche mese dopo l’immacolato (a mio parere) “What The Dead Men Say”, il quale già seguiva le orme di quello che ormai è a tutti gli effetti un classico del metal moderno, ossia “The Sin And The Sentence” (insomma, i Trivium non ne sbagliano una da un po’), “… Dragon” sembra voler prendere tutto ciò che il quartetto di Orlando ha costruito da quando Alex Bent si è seduto per la prima volta dietro al kit con loro e riproporlo esasperandone ogni aspetto. I pezzi sono più lunghi, i riff più numerosi, i blast beats più veloci, gli assoli più presenti. Questa breve descrizione fa sembrare tutto molto bello, ma non sempre il salto in quantità è alla pari di quello in qualità. Ma andiamo con ordine. 

Dopo “X”, un intro orchestrale(che personalmente trovo molto riuscito) che riprende la tradizione saltuaria della band di aprire i loro progetti con brevi tracce puramente strumentali volte a settare ciò che sarà il mood dei pezzi a venire, il disco vero e proprio si presenta con la title-track “In The Court Of The Dragon”, primo singolo estratto dall’album. La canzone è cresciuta molto di ascolto in ascolto per quanto mi riguarda, ma il riffing ormai prevedibile e stanco del duo Matt Heafy e Corey Beaulieu (senza voler screditare due dei chitarristi tecnicamente migliori e con più intesa della scena metal mondiale contemporanea) ed una produzione sottotono mi avevano lasciato l’amaro in bocca durante i primi ascolti. Ovviamente, l’unica colpa della produzione, comunque ben curata, è trovarsi sulla scia del trittico di opere precedenti (“Silence In The Snow”, “The Sin And The Sentence” “What The Dead Men  Say”) che suonano una meglio dell’altra, molto più piene e cristalline come chiarezza degli strumenti, mixati tra di loro a puntino. La natura più compressa di “…Dragon” è frutto anche dell’aggiunta di un’innovativa sezione d’orchestra che, in canzoni come la successiva “Like A Sword Over Damocles” (qualcuno dica a Heafy di pensare ai poveri recensori quando da nomi così lunghi alle canzoni) crea momenti decisamente memorabili con le sempre presenti ed apprezzate armonizzazioni a due chitarre che ormai fanno parte del classico sound dei Trivium. “Feast Of Fire”, traccia numero 4, è probabilmente uno dei punti più alti del disco. Un reminder di quanto bene i quattro riescano a percorrere la linea sottile tra orecchiabilità e tecnicismi, con un approccio più diretto è forse il pezzo con più probabilità di restare nel cuore dei fan quando l’era di “…Dragon” giungerà al termine. Nota di merito anche al ritornello, non particolarmente originale ma spaventosamente catchy. Dietro alle pelli, è Alex Bent a dare un po’ di movimento al riffing stagnante che pervade l’intero lavoro, con il suo stile ormai solidificato che lo mise sulla bocca di tutti a seguito del suo ingresso nella band. La sua velocità d’esecuzione è disarmante (tra blasts e beat thrash), tanto quanto la sua facilità di gestire cambi di tempo e svolte di bpm con tale calma ed autorità. Ma, punto più importante di tutti, riesce sempre a comporre beats divertenti da ascoltare e (posso solo suppore in quanto comune mortale) da suonare, con sempre la giusta dose di scambi ride/hi-hat che ormai lo contraddistingue. È lui, con una delle sue avventure sui piatti e tom, ad aprire le danze nella successiva “A Crisis Of Revelation”, decisamente una delle mie tracce preferite in tutto il disco. Riffing azzecatissimo, cattiveria presente ed a rapporto. Ma soprattutto, da bassista io stesso, una performance alle 5 corde di Paolo Gregoletto che mi ha completamente spiazzato. Lasciatemi aprire una brevissima parentesi. Paolo è uno dei musicisti che più è cresciuto artisticamente dagli albori della sua carriera fino ad oggi, e non parlo solo delle sue performance da bassista. Gregoletto è a tutti gli effetti una macchina da riff (molti riff dei Trivium da “In Waves” in poi sono attribuiti a lui) ed un compositore melodico di tutto rispetto, che fa da spalla a Matt quando si tratta di armonizzare le voci sia live che in studio (svolgendo sempre un ottimo lavoro). E poi, quando pensi di averlo inquadrato, ti tira fuori il bridge di questa canzone insieme ad altri sprazzi di genio compositivo sparsi in tutto l’album. Se c’è una cosa che non cambierei di questo disco, avessi in mano i mezzi per farlo, è tutto ciò che riguarda il lavoro di basso. Fenomeno. Tornando a noi (perdonate la sviata), “In The Shadow Of The Abattoir” apre la seconda metà del disco con una delle canzoni più interessanti dell’intero catalogo della band. L’orchestra scandisce delle strofe iniziali che sembrano uscire direttamente da The Witcher, con tanto di pennate aperte sulla chitarra acustica a mo’ di menestrello, che portano ad un ottimo bridge ed un finale più che soddisfacente. Seguono la sfuriata bella cattiva ma poco memorabile (almeno per quanto riguarda il mio cervello) “No Way Back Just Through” e l’epica “Fall Into Your Hands”, che riesce a non pesare troppo nonostante i suoi quasi 8 minuti di lunghezza grazie anche ad un uso molto furbo della teatrale sezione orchestrale. A chiudere la fila, dopo una sana dose di velocità dettata dall’abrasiva ma particolarmente catchy “From Dawn To Decadence” (che vanta il mio ritornello preferito nell’intero progetto) ci pensa “The Phalanx”. Un’altra traccia che sorpassa i 7 minuti, condita con gusto dai violini. Forse un po’ vittima dell’esagerato ammasso di riff ed idee ma con un finale che da una chiusura veramente d’effetto ed elegante a tutto il disco. Fatto interessante: questo pezzo riemerge dall’epoca di “Shogun”, dettaglio che si nota molto, ma soprattutto fa sorridere quelli come me che “Shogun” lo reputano a tutti gli effetti un capolavoro. 

In The Court Of The Dragon” è un progetto che vuole essere allo stesso tempo un manifesto della qualità tecnica, ormai indubbia, dei Trivium ed un piccolo esperimento per capire quanto la corda del loro stile può essere tirata prima di rompersi. Il risultato? Esperimento più che riuscito. Ammetto di aver necessitato di un po’ di ascolti per entrare nella proposta del quartetto ma, nonostante i difetti citati che vogliono essere soggettivi e non critiche senza testa, l’ho trovato un altro lavoro eccellente per quella che ormai è a tutti gli effetti una band fondamentale per il genere. La recensione è un po’ lunga? Prendetevela con Heafy e la sua mania per i titoli chilometrici!

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. X 02. In The Court Of The Dragon 03. Like A Sword Over Damocles 04. Feast Of Fire 05. A Crisis Of Revelation 06. The Shadow Of The Abattoir 07. No Way Back Just Through 08. Fall Into Your Hands 09. From Dawn To Decadence 10. The Phalanx
Sito Web: https://www.trivium.org/

Matteo Pastori

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Nerd ventiduenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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