Dream Theater – Recensione: Train Of Thought

Diciamola subito: questo non è un brutto disco.

Il nuovo capitolo di casa Dream Theater farà la gioia dei delusi da ‘Six Degrees’ pur non rappresentando ciò che chiunque vorrà farvi credere, ovvero un disco sperimentale, innovativo o “progressive”.

Il gruppo sposa le sonorità più “metal” del proprio stile e le porta al servizio di composizioni che sembrano uscite dai Metallica rinsaviti e forti di assoli ipertecnici/virtuosi. E’ curioso notare come quando sulla scena ci siano i Tool esca un disco come ‘Six Degrees’ e successivamente, quando la scena è occupata dai Four Horsemen questi ci propongano ‘Train Of Thought’. L’emblema di questa tesi è racchiuso nei (troppi) minuti di ‘Honor Thy Father’, al centro di un disco che nell’economia Dream Theater prosegue il discorso lasciato intendere da ‘Awake’ apportando Jordan Rudess come sostituzione di Kevin Moore.

Palma del peggior pezzo della carriera a ‘This Dying Soul’ dove citazioni, tributi e omaggi alla musica-pesante-per-forza (oltre che all’autocelebrazione di ‘The Glass Prison’) sono un maldestro copia/incolla di sensazioni slegate della durata di dodici minuti, irritante e sfiancante nel suo voler a tutti i costi scimmiottare quelli che cattivi lo sono per davvero senza essere così schiavi di una tecnica che davvero,in questo caso, èfine a sè stessa.

Certo che, alla fine, il meglio che si può trarre dai Dream Theater è proprio una serie di composizioni come queste, le quali presentano il gruppo esattamente per quello che è: eccellenti musicisti e non per questo artisticamente innovatori, progressivi o geni del pentagramma come quasi tutti si ostinano a farci credere. Insomma, soltanto una gran bella confezione.

Trattandosi di uno dei gruppi più rappresentativi di un certo tipo di “metal”, onestamente non solo questo pare essere davvero poca cosa, ma diventa lo spunto per scrollarsi di dosso l’etichetta “progressive” in quanto di progressivo in questi settanta minuti c’è proprio poco. O niente del tutto.

Il disco suona imbarazzante nella facilità con cui le costruzioni assomiglino a quanto già detto dai medesimi autori: imbarazzo che deriva dalla mancanza cronica della volontà di osare. O di mettere sul fuoco qualcosa di veramente nuovo. Dove ‘As I Am’ è un inno (bruttarello in effetti) in pieno sitle anni ottanta, ‘In The Name Of God’ diventa una scialba mescola di Tool e ritmiche squadrate del tutto inadeguate alla (in)espressività della voce di James LaBrie ed agli squarci di un Rudess spesso lasciato solo a contrastare (??) il moto di deragliamento del pezzo che non parte praticamente mai.

Ecco il vero problema del disco: l’eccessivo indugiare nelle composizioni, le spirali musicali che non arrivano da nessuna parte girando attorno sì ad idee a volte interessanti (anche se prese di peso da altri repertori) ma senza riuscire mai a spostare il fuoco nel moto fra partenza e arrivo. Questo nonostante i pezzi se la prendano con molta calma avendo a disposizione circa dieci minuti ciascuno in media.

Vediamola così: questo disco è come una di quelle ragazze pin up che ti lasciano senza fiato, quelle che ammiccano da una copertina e che alle feste fanno girare le teste di tutti i maschietti. Questo almeno fino a quando stanno zitte. Nel momento in cui prendono la parola, ti rendi conto che sono delle oche giulive, ma fino ad allora hai solo da godere.

Diciamola subito: questo non è un brutto disco. E’ il miglior disco che ci potesse essere con il minimo sforzo. Che è peggio.

Voto: 6

Fabio Negri

Possiamo paragonare i Dream Theater a dei prestigiatori, chi non li ha mai visti esibirsi, chi non ha mai visto i loro trucchi, resta stupito e a bocca aperta. Ma chi li conosce si annoia all’inverosimile. Sempre le stesse cose: la moneta che scompare e riappare dietro l’orecchio, il fazzoletto che si trasforma in colomba e la donna segata in due. Bello, divertente, ma abbiamo pagato il biglietto, noi. E’ un po’ irritante vedersi riprodotto sempre lo stesso copione, sempre gli stessi trucchi di cui ormai abbiamo anche capito il segreto.

Se in questo ‘Train Of Thought’ cancellassimo il già sentito fatto di autocitazioni e citazioni (ce n’è per tutti i gusti: Metallica, Psychotic Waltz, Metallica, Prong, Metallica, Megadeth, Tool, Metallica) ci resterebbero in mano circa 10-15 minuti di roba. Materiale per un gustoso EP, si direbbe. Ed invece i nostri simpatici prestigiatori preferiscono ammorbarci allungando ogni brano di quei 6-7 minuti che faranno la gioia di ogni onanista della tecnica fine a sè stessa, code strumentali stressanti ed inutili, fatte di assoli al fulmicotone, imbarazzanti plagi e autoplagi (parlare di “citazioni” è un po’ disonesto ormai), conditi da tutti i (soliti) trucchi dei nostri in bella mostra. Insomma una specie di Festival dell’Amarcord per musicisti ormai alla frutta causa carenza di idee ormai cronica.

In più ci sfugge l’intento ed il significato di questo disco, ci sembra un tentativo di unire la dinamica e la fisicità del thrash anni ’80 con le nuove tendenze musicali, in modo da creare un ibrido trasversale che contempli quanto vive nel limbo che si trova tra l’aggressione fisica dei primi Metallica a quella mentale dei Tool… inutile dire che l’esperimento sia affogato dentro quel mare di note di troppo.

Voto: 4

Stefano Di Noi

Sempre difficile recensire i gruppi importanti.

In questo caso le impressioni sono contrastanti. Da un lato c’è il sollievo che, dopo un album tirato via come il precedente, i Dream Theater abbiano ricominciato a scrivere canzoni, senza limitarsi a delle jam session prive di una direzione. Dall’altro l’impressione che i nostri abbiano artisticamente scollinato si insinua sgradevole nell’ascolto di ‘Train Of Thought’. Sono forse un gruppo arrivato, che ha espresso quello che aveva da esprimere, destinato, come tanti dinosauri del metal, a una lunga teoria di album, tour, album, senza più quella scintilla che li ha resi grandi? E’ probabilmente presto per dirlo, visto che questo lavoro dà anche segnali incoraggianti. Per mettere le cose in chiaro ‘Train Of Thought’ è un bell’album. Molto aggressivo, compatto, con un riffing in molti casi vicino al power/thrash americano, e dove ormai di progressivo è rimasto solo il bollino in copertina (oltre alla durata dei brani). Dunque una direzione precisa, quella dell’impatto, presa però senza snaturare il proprio suono. Il lavoro suona Dream Theater in ogni singola nota, con tutti i pregi e gli eccessi a cui gli americani ci hanno abituato. Se quindi da un lato abbiamo ottimi brani suonati in maniera eccellente, dall’altro si esagera, forse addirittura più del solito, in assoli prolungati e sterili, in cui in buon Petrucci dimostra di essere sempre più posseduto dalla Sindrome di Stoccolma (e sto parlando di Malmsteen, non di Backyard Babies). Fortunatamente si fa perdonare con parti melodiche eccellenti, oltre che con riffoni granitici e trascinanti. Ma gli assoli suonano sempre più posticci, appiccicati a forza ai brani e non amalgamati armonicamente.

Un disco ricco di contrasti dunque. Mediamente molto buono, ma possiamo accontentarci di questo? No. Manca quel qualcosa che ha reso eccezionali alcuni loro lavori, ossia la capacità di scrivere canzoni eccellenti, a livello di presa melodica e di efficacia. Qui ci attestiamo sul buono, ma mancano le vette, i brani killer capaci di insinuarsi nell’ascoltatore senza più lasciarlo. L’impatto inevece c’è tutto (pur con una notevole prolissità, ma questo non fa più notizia), e l’impressione è comunque quella di un gruppo in salute.

Forse è giunto il momento di cambiare qualcosa nella formazione, visto che gli album migliori ce li hanno regalati dopo gli avvicendamenti, e che Rudess, che non ha mai brillato per personalità, è stato in questo episodio relegato veramente in un angolo. Se son rOSI….

Voto: 7

Samuele Rudelli

Etichetta: Elektra / Wea

Anno: 2003

Tracklist:

01. As I Am

02. This Dying Soul

03. Endless Sacrifice

04. Honor Thy Father

05. Vacant

06. Stream Of Consciousness

07. In The Name Of God


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