Torche – Recensione: Admission

Semplici, essenziali e minimalistici e diretti. Forse pure troppo.

I Torche furono il tipico esempio di gruppo musicale che fu eccessivamente sovraesposto nella decade precedente. Furono decantati dalla stampa “alternativa” statunitense come un gruppo capace di usare l’accordatura baritona in La e la potente distorsione dello stoner/doom metal per scrivere canzoni corte, orecchiabili e, perché no, abbastanza pop: spesso parecchio veloci, per giunta, fermandosi in lidi più lenti e lunghi solo occasionalmente. In realtà erano un gruppetto che funzionava anche abbastanza bene senza essere necessariamente una rivelazione. Quando nel 2008 Juan Montoya lasciò il gruppo per dedicarsi ad altri generi (salvo poi ritrovarsi a registrare il debutto dei Killer Be Killed come guest), il gruppo perse non poco a livello di suono, scegliendo di non rimpiazzarlo per alcuni anni prima di prendere un sostituto. Dopo il loro secondo album e manifesto “Meanderthal”, i Torche pubblicarono “Harmonicraft”, dove rimossero infatti di mezzo ogni minima traccia di metal a favore di un rock melodico ma meno distorto, favorendo melodie in chiavi maggiore, accordature più acute e meno fissazioni col doom e con ritmiche hardcore, e “Restarter”, dove fecero l’esatto opposto.

From Here” parte in quarta con breakdown moderati adatti per un headbanging improvviso, ma subito “Submission” calma le acque con riff semplici, ossessivi e memorabili, e lo stesso vare per “Slide”, pur essedo più convenzionali, salvo finire con un altro breve e veloce slam (“What Was”) e una ballata pastorale in Sol maggiore (“Times Missing”). La title track si ferma in sonorità in Fa# minore tipiche dello shoegaze di vecchia scuola (amore per i Radiohead?), “Extremes of Consciousness” è quasi ansiosa, mentre “On the Wire” e “Infierno” sono al contrario statiche, a causa dei loro palm-muting sgraziati: l’ultima canzone, “Changes Come“, è semplice e grandiosa nelle proprie melodie, e semplicemente una delle loro migliori canzoni mai composte.

Da un gruppo che ha preso i Nirvana più di ogni altro come proprie muse, non c’è molto da aspettarsi, ma in questo senso “Admission” le supera decisamente. Sebbene i Torche non siano mai stati un gruppo geniale, quest’album si posiziona dopo “Meanderthal” come il loro migliore mai pubblicato. Se siete stati delusi dai recenti Kyuss e Queens of the Stone Age, questo gruppo potrebbe essere una valida alternativa.

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