Tool – Recensione: Fear Inoculum

13 anni di attesa rappresentano una vita, letteralmente. Da far nascere, da veder crescere ed a volte da abbandonare quando ci sono da pagare conti salatissimi. Una vita che cambia, che trasforma le sue ali in qualcosa d’altro e che muta con una facilità impressionante. In tutti questi anni le vite di molti di noi saranno certamente cambiate, piegate dal corso del tempo, con una pelle nuova e mutata. Ma in egual misura molti di noi saranno rimasti invischiati nel mondo contorto e colloidale dei Tool, persi nei mille incastri e giochi sonori di una band che ha sempre costruito l’infinto musicale rendendolo tangibile.

Se il disco parte decisamente bene con la title track (decisa, dinamica, intensa ed ormai ben conosciuta da tutti) il prosieguo è quello di un album dannatamente complicato, quasi forzato nel voler competere a tutti i costi con la storia di una band che ha plasmato per intero un linguaggio musicale unico in almeno 30 anni di carriera. Che ha codificato un “modo di fare” copiato ed invidiato da tanti.

Già dalla seconda canzone, “Pneuma”, qualcosa sembra incastrarsi poco a dovere, perché si sente fortissimo il gioco di citazioni da “Lateralus”. Musica che si rincorre tra chitarre e basso ipnotici, che spezza il ritmo costruendo il trono perfetto per la voce di Maynard, ispirata a dai tratti quasi sciamanici. Tutto intrigante, ispirato, ma la canzone non decolla mai e resta cullata da un tempo medio che quasi l’anestetizza nonostante una coda più incisiva. C’è poi “Invincible”, brano già nota perché portato live dai nostri insieme a “Descending”. Una canzone cupa, articolata e divisa in mille piani musicali. Gli strati vengono a galla ascolto dopo ascolto, portando all’orecchio ancora una volta una volta le profonda radice che si allarga da “Aenima”.

“Descending” è probabilmente la più riuscita delle due canzoni presentate durante i recenti live, con una resa da studio ancora più disperata grazie ad un Keenan qui in stato di grazia. Minuti che osano leggermente di più rispetto agli altri, inserendo al centro della trama in accelerazione un sintetizzatore, come a voler dare un impatto in stile Vangelis ad una canzone che finalmente osa qualcosa in più rispetto alle altre. Ecco, la parola magica: “osare”. Gli statunitensi per quanto virtuosi e profondi conoscitori del loro “mezzo musicale” ,non escono dalla loro comfort zone in maniera decisa. Accennano, provano, ma non sviluppano mai quanto potrebbero.

A deludere è invece “Culling Voices”, che parte intensa nel suo cercare una strada quasi arabeggiante, e che pur cercando di crescere sembra non girare efficientemente per colpa anche in una struttura musicale “stranamente” scarna. Battagliera e minacciosa “7empest” con pesanti richiami all’”Aenima” storica dei nostri. Una canzone decisa e con pochi orpelli che piace nella sua determinazione nel rincorrersi tra strumenti, anche se a conti fatti sembra quasi di sentire una canzone dal passato profondo e non qualcosa di veramente “nuovo”.

Come posizionare “Fear Inoculum”? Di certo non è un brutto disco perché la qualità di quanto creato dai quattro americani è sempre a livelli inimmaginabili per i comuni mortali. A rendere tutto più ostico sono quei 13 anni che abbiamo dovuto attendere da “10.000 Days” (al netto di tutti i problemi affrontati nel corso). Un tempo infinito, che non può trasformarsi in alibi per un disco che non centra l’obbiettivo nella sua completezza.

È rivivere l’attesa per “Chinese Democracy”. Il gioco vale la candela? Il gioco vale l’attesa? “Fear Inoculum” vale davvero 13 anni di vita? No, perché neanche se porti marchiato sulla pelle il nome di uno dei gruppi più rivoluzionari degli ultimi decenni a fuoco devi spingerti più in là. Ed è proprio questo il problema della band, come se si fosse accontentata di una mediocrità illuminata, portando a casa un “compitino” ben scritto e poco altro.

Sia però ben chiara una cosa: il compitino dei Tool è merce di livello superiore. Una singola canzone dei quattro statunitensi basterebbe ad ogni band di discreto valore per costruire una carriera intera. Il grande limite di “Fear Inoculum” è quello del confronto con dischi del calibro di “Aenima” e “Lateralus”, quando il “suono Tool” è stato davvero costruito pezzo dopo pezzo. Ecco perché già “10.000 Days” mi aveva lasciato con ben più di qualche dubbio per l’impasse che si intravedeva a distanza.

“Fear Inoculum” non è ancora impasse, ma sembra quasi l’urlo di una band che prova con disperazione e violenta determinazione a riprendersi un trono. Sicuramente ci riusciranno, ma a che prezzo?

Etichetta: Tool Dissectional / Volcano RCA Records

Anno: 2019

Tracklist: CD 01. Fear Inoculum 02. Pneuma 03. Invincible 04. Descending 05. Culling Voices 06. Chocolate Chip Trip 07. 7empest Digital 01. Fear Inoculum 02. Pneuma 03. Litanie contre la Peur 04. Invincible 05. Legion Inoculant 06. Descending 07. Culling Voices 08. Chocolate Chip Trip 09. 7empest 10. Mockingbeat
Sito Web: https://www.facebook.com/ToolMusic/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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  1. Davide

    recensione fatta sul disco pirata… che tristezza.

    Reply
    • Saverio Spadavecchia

      Carissimo Quartiermastro, dimostrami la pirateria.

      Ora però ti pongo un quesito: quando tu ogni mattina ti dirigi a prendere il “Corriere del Puzzistan” in edicola e notando le tante riviste di settore con il disco dei Tool recensito e loro in copertina…seguendo il tuo macinare pensieri sarebbero tutti pirati?

      E allora quando si hanno recensioni di almeno 2 settimane prima della data di uscita…è una epidemia pirata? La risposta metallara a quella zombie?

      Le riviste che pubblicano su carta il mese prima dell’uscita di un disco “fisico”, sono tutti pirati? Illumina dalla tua esperienza sulla Perla Nera allora.

      Dimmi la tua verità, pendo dalle tua labbra mentre sono sul pennone più alto a scolarmi una pinta di grog! Alla tua Quartiermastro!

      AAAAAAAAAAAHR!

      Reply (in reply to Davide)
  2. Andrew 'Old and Wise'

    13 anni di attesa per un disco ben suonato ma noioso, che rimastica tutto il passato dei Tool e ne fa una sintesi mediocre. mah. per fiducia in loro e sfiducia in me, lo riascolterò altre tre o quattro volte, ma con poca speranza di riuscire ad amarlo

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