Tomahawk – Recensione: Tomahawk

Potrebbe essere salutato come un ritorno alle origini o quasi, questo progetto dei mille che vedono impegnati Mike Patton. Ai confini con il debordare di un (post?) rock d’avanguardia, le scorie di Jesus Lizard e di un certo sapore antico a-la Faith No More collidono e si stemperano, si divertono fra riff squadrati, melodie liquide che si inseguono, filtri vocali e drumming solitario e roccioso. Tensione alta, variegata di melodia solo se indispensabile. Un disco nervoso a tratti ed altrettanto carezzevole. Una visione di rock che incanta e non annoia mai, pur rimanendo al di fuori delle follie pattoniane alle quali il vocalist ci ha abituati se non nella parte finale del lavoro. Si impenna, Tomahawk, ritorna a strizzare l’occhio a ciò che i Faith No More potrebbero essere oggi, e comunica urgenza. La stessa con la quale è stato realizzato, in venti giorni, per quaranta minuti di musica che non indugiano negli esperimenti ma che ammaliano e conquistano. Ovviamente, data l’assenza di singoli da MTV, un’opera da godersi nella sua durata totale, meglio se a volumi folli o in cuffia, per sprofondare ancora là dove i pionieri si stanno già muovendo, dove molti tutto sommato andranno a parare di qui a poco, quando tutto sembrerà già sentito, stanco e i Tomahawk avranno fondato nuove colonie. In definitiva, un disco che non ha la supponenza di voler essere avanguardistico, che cede volentieri all’ascolto facile, che ci presenta una visione del rock dipinta da persone che hanno ancora e comunque qualcosa da dire, nonostante li si accusi a sproposito di far parte di una intellighenzia che esiste soltanto nelle terre segrete dei draghi e delle fate. Godetevi Tomahawk senza pregiudizi, sarà una bella immersione in un idromassaggio di rock. Rilassatevi allora.

Voto recensore
8
Etichetta: Ipecac / W&B

Anno: 2001

Tracklist: Flashback / 101 North / Point & Click / God Hates A Coward / Pop1 / Sweet Smell Of Success / Sir, Yes Sir / Jockstrap / Cul De Sac / Malocchio / Honeymoon / Laredo / Narcosis

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Tomahawk + Melvins: Live Report della data di Correggio

Tomahawk e Melvins fanno tappa a Correggio e precisamente presso la Festa dell’Unità. Per l’occasione, presenti sul palco anche i romani Zu i quali hanno il compito di aprire questa serata che si preannuncia interessante dal punto di vista artistico. Non a caso, i nomi di Mike Patton (Tomahawk/Faith No More/Mr.Bungle/Fantomas) e di King Buzzo (Melvins/Fantomas) sono fra i più significativi della scena alternativa degli anni ’90, quella stessa scena che ha poi rappresentato il punto di partenza per molte formazioni cresciute a pane e crossover.

Il pubblico all’ingresso è abbastanza numeroso e vario: dagli adolescenti in tenuta nu-metal ai trentenni che dieci anni fa assistevano alla nascita del grunge trapanandosi i timpani coi dischi dei Melvins.

Con qualche quarto d’ora di ritardo spuntano sul palco gli Zu: trio capitolino che fa del jazzcore sperimentale la propria ragione di vita. E’ lo spirito d’avanguardia di John Zorn contaminato dall’aggressività dell’hardcore più radicale e d’impatto a guidare la proposta dei tre. Cangianti, precisi ed adrenalinici i nostri si esprimono con la musica anziché con le parole, basso-batteria-sax parlano da soli in un continuo dialogo tra battute dispari e fraseggi schizofrenici rendendo onore a due lavori discografici quali ‘Bromio’ e ‘Igneo’, quest’ultimo prodotto da Steve Albini. Efficaci sia dal vivo che su disco, gli Zu rappresentano indipendenza e promesse mantenute.

Ora tocca ai Melvins i quali, dopo un non molto breve cambio di palco, condividono lo stesso bassista degli amici Tomahawk. Indossando abiti bizzarri (vestito nero e lungo per Buzzo e Rutmanis, abbigliamento femminile per il batterista) la formazione attinge dal vasto repertorio di una ventennale carriera e propone brani in cui riff granitici dalla matrice tipicamente metal (nello stile dei Black Sabbath) si confondono con dilatazioni psichedeliche distorte, le quali sfociano a volte in uno stoner primitivo ed abrasivo, altre volte nel punk più grezzo e diretto. E’ un sound inconfondibile, quello dei Melvins: a loro il merito di essere stati i padrini del grunge e del crossover. Peccato che Buzzo & co. si mostrano parecchio freddi nei confronti di chi ha pagato 18 Euro per assistere al concerto: nessun “grazie”, nessun “ciao”, niente di tutto ciò. I Melvins timbrano il cartellino e salgono sul palco adempiendo il loro lavoro. Una volta concluso lo show, posano gli strumenti e si dirigono verso gli scalini che li portano al backstage.

Spetta ai Tomahawk concludere la serata, gustosa si presenta quindi la line-up: oltre a Mike Patton, anche Duane Denison ex-Jesus Lizard, John Stanier ex-Helmet e il sopraccitato Kevin Rutmanis ex militante nei The Cows. I quattro presentano gran parte degli episodi del nuovissimo ‘Mit Gas’ come ‘Birdsong’, ‘Mayday’, ‘Rape This Day’, ‘Desastre Natural’ e alcuni pezzi tratti dall’album di debutto datato 2001 (‘Flashback’ e ‘God Hates A Coward’). Il ruolo del protagonista, come del resto anche nelle esibizioni di Fantomas e Mr.Bungle, è affidato al folletto Patton: quest’ultimo risulta impeccabile nel giostrarsi fra i suoi mille impegni vocali mantenendo comunque vivo il controllo su tutti i sintetizzatori ed effetti a sua disposizione, senza mai sbagliare un colpo. Con estrema scioltezza, Patton, passa da un microfono all’altro imponendosi come unico detentore di capacità vocali sopra le righe in una esibizione ai limiti della perfezione. Come se fosse un rito, ogni volta che si trova nella nostra penisola, l’ex-Faith No More non perde occasione per sfoggiare il suo italiano, eccolo allora urlare- tra un brano e l’altro – “Tortellini! Polentoni! Gnocchi fritti!!” oppure “Tutt’apposto merdallari?” e ancora, rivolgendosi ad un ragazzo del pubblico, “Ahò!!Zitto vecchio!”. L’attenzione è tutta sul singer, ma anche gli altri componenti della band non sono da meno, il loro passato musicale li rende padroni della loro stessa arte come ad esempio quella di uno Stanier tutto ricurvo e precisissimo nel picchiare sulle pelli in una costante connessione con le diaboliche intenzioni di Patton. Uno show eccellente, non c’è che dire.

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