Tokyo Motor Fist – Recensione: Lions

Artisticamente “figli” di Danger Danger e Trixter, band di provenienza dei due musicisti a capo del progetto, i Tokyo Motor Fist rappresentano un sodalizio artistico che, ancor prima di cominciare a mettere in fila le note, corona un’amicizia lunga una vita: seppure impegnati in carriere diverse, Ted Poley (voce) e Steve Brown (chitarra, cori e tastiere) hanno sempre accarezzato il sogno di produrre musica insieme, e “Lions” rappresenta il secondo passaggio di un percorso che a questo sogno ha saputo – fin dal debutto del 2017 – dare ammirabile concretezza. Nei Tokyo Motor Fist ci sono la sofisticazione dei Def Leppard, le cotonature degli ottanta americani, i cori dolci e le malinconie credibili, a formare un quadro che restituisce una curiosa solidità al concetto di “melodico”. L’approccio bilanciato dell’album consente infatti alle sue sonorità rotonde di mantenere una venatura piacevolmente grezza, vuoi per l’interpretazione appassionata di Poley vuoi per arrangiamenti squadrati da assimilare al primo ascolto.

Con onestà invidiabile, il secondo disco della band americana mette immediatamente sul piatto un’offerta fatta di episodi fluidi, sporadici assoli (“Monster In Me”), cori funzionali (“Mean It”) e niente più, quasi a mettere la facilità d’uso al di sopra di ogni ulteriore considerazione. Sorprendentemente, questa scelta non conduce a risultati banali né disprezzabili: l’abilità nel sostenere i quasi sette minuti della decadente title-track racconta di una formazione non così scanzonata e leggera come il suo approccio divertito lascerebbe intendere, capace invece di rendere appetitosi con qualche tocco di colore (“Blow Your Mind”, e tutti a battere le mani!) anche gli episodi all’apparenza più lineari ed inoffensivi. La sensazione è quella di un progetto rispettoso dei limiti della propria nicchia di mercato, saldamente attaccato al proprio credo melodico ma non per questo rinunciatario: se anche la lunghezza non si traduce magicamente in complessità, l’abilità nel mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore senza ricorrere ad eccessive ripetizioni racconta di una riserva di energia che tiene la possibilità di un prosciugamento creativo a dovuta distanza. Certo, “Decadence On 10th Street” non può dirsi del tutto riuscita, eppure ha il merito di lasciare intravedere cosa bolle in pentola: alla prese con tempi dispari e costruzioni più pesanti, i TMF sembrano un po’ perdere la bussola e con essa le redini della situazione, ma lo sforzo fatto per rimanere a galla appassiona e – ciò che più conta – dopo quattro minuti di passione il risultato viene comunque portato a casa con poche gocce di sudore, e rispettabile dignità.

Lions” racconta una storia dove il lieto fine, pur presente, viene raggiunto senza arrendersi all’evitamento fobico di qualche interessante, sfidante tortuosità. Se si escludono la bella carica punky di “Around Midnight”, la vocalità potente della conclusiva “Winner Takes All” e l’orchestrazione piuttosto elegante di “Sedona” (dove il basso di Greg Smith sembra prendere letteralmente il volo), i quarantotto minuti intrattengono con gioia e garbo gentile, più autentici di alcune scimmiottanti offerte italiane ma lontani dai virtuosismi stilistici dei competitor scandinavi. Va detto che il bagaglio di esperienze messe in campo su questo disco parla da solo: Ted Nugent, Rainbow, Alice Cooper, Rainbow, Blue Oyster Cult e Joe Lynn Turner sono solo alcuni dei nomi con/per i quali questi artisti hanno suonato, ed è inevitabile che con queste premesse le fondamenta alla base del progetto siano di granitica, noiosa solidità. Se di genialità non vi è traccia, questo album conferma tuttavia un evidente saper fare, un abile e persino sommesso mestiere che rimane giustamente il mezzo – e non il fine – per realizzare un prodotto con l’anima, intenso e gentile, perfettamente coerente con la dicotomia stilistica (“melodic rock”) alla quale Poley e compagni si sono ispirati fin dal debutto. “Lions” sceglie un compito preciso, e mette in campo tutte le sue qualità per svolgerlo al meglio: perfetto per questa estate che tentenna, esso accompagnerà il viaggio verso la vacanze invitandovi ad accarezzare il vento, finalmente alleggeriti dai pensieri e trasportati dal divertimento onesto e squisitamente umano che tutte le sue undici tracce dispensano.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Youngblood 02. Monster In Me 03. Around Midnight 04. Mean It 05. Lions 06. Decadence On 10Th Street 07. Dream Your Heart Out 08. Blow Your Mind 09. Sedona 10. Look Into Me 11. Winner Takes All
Sito Web: facebook.com/TMFband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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