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Threshold – Recensione: Legends Of The Shires

Campane, serenità ed una chitarra acustica che ci prende per mano nella “contea” immaginata dai Threshold, arrivati con “Legends Of The Shires” al loro 11° disco da studio. Il primo dopo la defezione a sorpresa di Damian Wilson. Mai perdersi d’animo però, perché la cricca di Karl Groom e soci ha subito trovato in Glynn Morgan un valido e conosciuto (per così dire, visto che il nostro aveva già prestato le sue doti per “Psychedelicatessen”) cantante.

80 minuti, due dischi e tanta – anzi tantissima – carne al fuoco che inizia a stuzzicare l’ascoltatore con quelle campane e quella chitarra delicata che in “The Shire Pt. 1” sembra raccontare una terra distante e lontanissima che poi diventa rabbiosa e moderna con “Small Dark Lines” che incalza le orecchie dell’ascoltatore con efficacia. Potente, dinamica, molto influenzata dal pennino di certi Symphony X, ma sicuramente una canzone personale e di sicuro successo live.

“The Man Who Saw Through Time” è una buona prova di forza per la band inglese. Una suite di circa 12 minuti che viva di umori diversi e buon legame tra le armonie delle chitarre e delle tastiere. Un crescendo epico verso il finale (che “suona” tanto “Metropolis Pt.2” )  condotto ancora dalla voce calda di Glynn Morgan. Karl Groom sugli scudi con il riff “Trust The Process”, che diventa quasi sintetica con le tastiere di Richard West a guidare una canzone dal grande appeal radiofonico (nonostante gli oltre 8 minuti) che miscela sapientemente umori diversi ed un chorus semplice ma perfetto per essere ricordato anche dopo un ascolto distratto o “svogliato”. Da applausi il solo di Groom, intenso e carico di passione.

“Star And Satellites” invece spiazza e convince. Una canzone quasi rock anni ’90, con il solito grandissimo Groom che guida i ragazzi (ormai ex, dai…) del Surrey verso lidi quasi pinkfloydiani. Una canzone davvero bella ed inaspettata, complice anche la linea melodica scelta da Morgan che regala emozioni. “On The Edge” è invece piuttosto “canonica”, una discreta trama di Gromm che trascina una canzone che a tratti sembra essere piuttosto vuota. Nei 5 minuti e spiccioli a disposizione non riesce a scuotere più di tanto. Banale anche l’accelerazione con annesso solo di tastiera e chitarra. Brutto modo di chiudere il primo disco.

“The Shire Pt. 2” riprende il percorso partito una manciata di minuti prima e lo ricalca quasi alla perfezione espandendolo e portando alla luce i dubbi e le paure di chi pensa che “This life it’s not for me”. Una canzone intensa, drammatica e dalla forte componente emotiva. Tra le migliori del disco, quasi una “power ballad” d’altri tempi. Di stampo “moderno” “Snowblind”, che lavora su tempi medi (nonostante una accelerazione centrale francamente fuori contesto e piuttosto bruttina) e gioca molto sulla chitarra di Groom e sulla voce di Morgan. Una buona canzone con una parte di troppo. “Subliminal Freeways” è probabilmente la seconda “nota stonata” del disco: canzone piatta, poco ispirata a livello strumentale e con linee melodiche dimenticabilissime. Sembra voler scommettere sul groove, ma non morde e lascia tutti un po’ delusi.

L’ultima parte del disco scorre via, e la ballad “State Of Indipendence” pur non essendo memorabile lascia un buon ricordo di sé per l’impasto tra musica e cantanto. E poi via con “Superior Machine” fino alla sorpresa, perché ospite in “The Shire Pt. 3” c’è Jon Jeary bassista dei Threshold fino al 2002 alla voce in un graditissimo cameo. Terza parte che si discosta totalmente dalle prime due, dove la melodia diventa praticamente nulla solo un pianoforte in lontananza, come filtrato da una radio vecchia di un secolo. Chiusura con il tour di force di “Lost In Translation”: canzone perfetta per ogni progster che si rispetti. Pause, accelerazioni, atmosfera, tecnica e melodia come piovesse. Una canzone però cupa, quasi triste che sembra affrontare i grandi sbagli di una vita che non è andata secondo i piani. Chiude la scena “Swallowed”, piano e voce a regalare davvero dei brividi. Semplicità che diventa intensità con l’entrata in scena di tutti gli strumenti.

“Legends Of The Shire” dei Threshold è certamente un disco ambizioso, dove il coraggio non diventa gesto sconsiderato di chi cerca di fare il passo più lungo della gamba. Un album studiato nei minimi dettagli, che gira a dovere come il motore di una sportiva inglese. Non il capolavoro dei nostri amici del Surrey, ma una valida prova in vista di un nuovo grande salto.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2017

Tracklist: Disco 1 1. The Shire (Part 1) 2:03 2. Small Dark Lines 5:24 3. The Man Who Saw Through Time 11:51 4. Trust The Process 8:44 5. Stars And Satellites 7:20 6. On The Edge 5:20 Disco 2 1. The Shire (Part 2) 5:24 2. Snowblind 7:03 3. Subliminal Freeways 4:51 4. State Of Independence 3:37 5. Superior Machine 5:01 6. The Shire (Part 3) 1:22 7. Lost In Translation 10:20 8. Swallowed 3:54
Sito Web: http://www.thresh.net/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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