This Gift Is A Curse – Recensione: All Hail The Swinelord

“All Hail The Swinelord” è il secondo album in studio dei This Gift Is A Curse, un interessante four-piece di Stoccolma foriero di un ibrido potentissimo e originale, probabile motivo per cui il gruppo abbia raggiunto un deal con Season Of Mist, etichetta che solitamente ha buon fiuto per la musica estrema di qualità.

Quello degli svedesi è uno sludge metal di una muscolarità inaudita, distorto, maligno, imbastardato con il black e con l’hardcore vecchia scuola. E scusate se è poco. Eppure, dietro a questo diabolico marasma che in apparenza non concede un attimo di respiro, si celano dei musicisti di alto livello e dotati di un bagaglio esecutivo inappuntabile. Per quanto istintivo, “All Hail The Swinelord” non lesina alcuni passaggi atmosferici dalla natura inquietante, perfettamente inseriti nel contesto nichilista (tanto musicale, quanto concettuale) che il gruppo ha fatto proprio.

La tensione è altissima nei primi tre brani (“Swinelord”, “New Temples”, “Rites”), episodi strumentalmente legati l’uno all’altro e di una violenza inaudita. Inaudita sì, ma ragionata. Siamo di fronte a un lavoro di cesello dove il tutto è curato nei minimi particolari, per quanto le distorsioni, i riverberi e gli effetti vocali possano far credere il contrario a un orecchio non allenato o propenso a panorami musicali più assimilabili. Questo è un bastardo “black-core” che vive delle bordate delle chitarre di Patrik Andersson e del cantato a gola rossa di Jonas. A. Holmberg. I rallentamenti che spezzano la velocità dei brani poggiano su di uno sludge sporco e granitico che non fa altro se non aumentarne la feralità.

La successiva “XI: For I Am The Fire” è un brano dal minutaggio più lungo e mostra quanto l’ensemble possa essere duttile. Pur granitici, i ritmi rallentano ma i cambi di tempo sono continui, nell’ottica di un black/sludge dal taglio progressivo. Parti melodiche intervengono come controcanti femminili a dare maggior respiro a uno dei brani più riusciti del lotto. La successiva “Hanging Feet” poggia di nuovo aul lato sludgy del gruppo: un pezzo percussivo, nervoso e teso, dove a salire sugli scudi è l’ottima prova del batterista Johan Nordlund.

“All Hail The Swinelord” è un album che nella sua rabbia esprime una grande vitalità. Lo testimonia la conclusiva “Askrådare”, vera suite di oltre undici minuti dall’incipit noise che presto evolve in un brano veloce ed aggressivo, poi rallenta in un caleidoscopio di suoni delicati (con tanto di voce pulita) e ancora riparte, sfumando infine in cori misteriosi e distanti. La nuova prova degli svedesi ci ha impressionati positivamente, al di là di una violenza esecutiva che in alcuni momenti sembra sfuggire al gruppo stesso, i nostri propongono una visione della musica estrema personale e interessante dallla quale potranno nascere soltanto buoni frutti.

 

Voto recensore
7,5
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2015

Tracklist:

01. Swinelord
02. New Temples
03. Rites
04. XI: For I Am The Fire
05. Hanging Feet
06. Old Lies
07. We Use Your Dead As Vessels
08. Askrådare


Sito Web: https://www.facebook.com/thisgiftisacurse

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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