The Unity – Recensione: Pride

Progetto del chitarrista tedesco Henjo Richter, i The Unity portano in dote due album pubblicati nel 2017 e nel 2018, tour con Axel Rudi Pell, Edguy e Sinner, un bravo cantante italiano ed una folta rappresentativa dei Gamma Ray: fatti nudi & crudi che raccontano di una band attiva, costante e dalle prospettive certamente interessanti. Le piogge ed i tuoni della intro The New Pandora, una specie di Silent Lucidity (Empire, Queensrÿche, 1990) al contrario, ai quali segue l’efficacia affilata di Hands Of Time, sono un’anteprima appetitosa e veritiera di quello che succederà nell’arco delle successive dieci tracce: un hard rock melodico e pimpante, power soprattutto nelle ritmiche (Wave Of Fear), che la voce del nostro Gianbattista Manenti interpreta con il graffio tipico di un ‎Tony Harnell‎, o di un Eric Saint Michaels se volete approfittare del lockdown per riscoprire una perla dimenticata. Di Pride colpiscono ed ammaliano tanto il vigore quanto la luminosità, il gusto dolce della misura e l’abilità nel suonare leggeri – pur con suoni pesanti – che è tipica dei supergruppi più acclamati.

Da Line And Sinker a Guess How I Hate This, il disco è un tripudio arioso ed ottimamente prodotto di mid-tempo tosti ma non eccessivamente impegnativi, tecnici quanto basta ed immediatamente accattivanti. La formula sembra quella di un hard rock vitaminizzato ed atmosferico attualizzato nei suoni e nei cori (Angel Of Dawn) ma che si pone in una linea di discendenza diretta con la sua espressione più ottantiana: nulla di particolarmente fiero dunque, quasi a privilegiare una ascoltabilità ed un appeal più estivi e rinfrescanti. L’impostazione “tutto bello e subito” scelta dai The Unity impressiona favorevolmente fin dal primo ascolto, ma ne costituisce allo stesso tempo il principale limite: nonostante ogni canzone funzioni in modo più che dignitoso se valutata singolarmente, l’album nel suo insieme presta il fianco alla prova degli ascolti ripetuti. A differenza di un Karma (Winger, 2009), che davvero allontanava ogni ricordo hair metal introducendo Kip e compagni alle asprezze degli anni duemila, cercando di comprendere Pride si finisce con il trovarsi al cospetto di una band alla quale questo prodotto suona addirittura stretto, per la mancanza non tanto di varietà quanto di profondità. E la considerazione che gli episodi più potenti come Damn Nation e Scenery Of Hate suonano quasi fuori posto tra i divertissement di Rusty Cadillac ed una You Don’t Walk Alone che potrebbe essere una hit agostana dei Negramaro, aggiunge ulteriori dubbi sulla natura della direzione intrapresa.

Spingere più a fondo sull’acceleratore, prendersi qualche rischio in più, rifuggire la dolcezza un po’ facile di certe soluzioni (Destination Unknown) per provare a cambiare marcia ed affascinare con l’irregolarità di quel difettuccio che ti rende forse meno bello, ma certamente più unico. Questo è quello che ci saremmo aspettati da un disco che invece regala cinquanta minuti di divertente hard rock europeo, competente in ogni sua espressione ma non così coriaceo e granitico come le sue ambizioni lascerebbero presagire. Positivi sono certamente la varietà degli stili, l’attitudine che trasuda da ogni singola nota e lo scorrere fluido della scaletta: meno brillante sembra purtroppo la sintesi raggiunta, poco funzionale non solo ad una (inutile) catalogazione da scaffale, ma anche al conferimento di una chiara e personale identità al progetto. L’ascolto di Pride rimane comunque consigliatissimo. Come può esserlo una piacevole serata in un ristorante fighetto dal quale – l’importante è saperlo prima – uscirete con la fame ignorante e mandibolare che solo una puntata dal kebabbaro sotto casa può placare.

Etichetta: Steamhammer / SPV

Anno: 2020

Tracklist: 01. The New Pandora 02. Hands Of Time 03. Line And Sinker 04. We Don´t Need Them Here 05. Destination Unknown 06. Angel Of Dawn 07. Damn Nation 08. Wave Of Fear 09. Guess How I Hate This 10. Scenery Of Hate 11. Rusty Cadillac 12. You Don´t Walk Alone

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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