Alghazanth – Recensione: The Polarity Axiom

Ormai arrivati al quarto album i finnici Alghazanth tornano sulle scene con un nuovo lavoro che non molto aggiunge a quanto proposto in passato. Interpreti dalla scarsa fortuna del verbo black metal sinfonico i nostri non hanno mai nascosto le loro simpatie per la scena black-death svedese (Dissection su tutti), cercando a tratti un ibrido in effetti non molto comune. Lungi dal rappresentare un asso nella manica questa ‘anomalia’ ha al contrario portato una buona dose di disordine in più nella proposta del gruppo, non fosse altro per la perenne indecisione su cui sembrano basarsi le composizioni. Serve qualcosa di più che una discreta preparazione tecnica e continui cambi di ritmo per rendere un disco coinvolgente, così si finisce solo per mettere in atto una grande confusione che sembra preludere ad una rivelazione che non arriverà mai. Fortunatamente un po’ di esperienza in più permette alla band di cavarselo meglio che nel recente passato e ‘The Polarity Axiom’ riesce anche a farsi ascoltare con distratta approvazione. Manca però la forza espressiva che un genere estremo come il black ha bisogno di possedere per riuscire a coinvolgere per più di qualche attimo. Qualche passo avanti è stato fatto, ma nel complesso ci si annoia ancora troppo.

Voto recensore
5
Etichetta: Woodcut / Masterpiece

Anno: 2004

Tracklist:

01. Soulquake
02. The Herald For Reason
03. Chaos Attributes
04. Blood Beguiles Phantoms
05. Drakomorphos
06. 8th Sphere
07. With Black Aureoles
08. Forsaking The Yoke


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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