Burnt By The Sun – Recensione: The Perfect Is Enemy Of The Good

Si fa un gran parlare, da qualche tempo a questa parte, di post qualcosa. Sempre in termini che non solo non definiscono nulla, ma sono anche del tutto aleatori e vaghi. Più che altro, quando ci si trova di fronte a dischi che non sono esattamente catalogabili sotto etichette o “movimenti”, ma sono semplicemente dei dischi di musica pesante. Meglio smetterla allora, insieme a tutte le fisime da “cvitico” e concentrarsi sulla musica che viene proposta. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, stanno provando a donare nuovamente al “rock” un aspetto pericoloso, mischiandolo con le influenze dell’hardcore e del punk, traendo da questo connubio di scorie violente qualcosa se non di completamente nuovo, almeno di rivoluzionario o di interessante in un panorama musicale che si ostina a voler rimanere vivo. Questo, almeno, lo scenario che ci si presenta dando un’occhiata a dove e come ‘The Perfect Is The Enemy Of The Good’ va ad inserirsi.

La seconda prova di Burnt By The Sun rischia seriamente di surclassare troppi dischi e troppi gruppi oggi in giro per il mondo. Il loro esordio, quella “colonna sonora per una rivoluzione personale” a quanto pare non aveva sortito l’effetto violenza voluto dal gruppo. Così, dopo aver posato per qualche tempo le armi e affinato le strategie, ‘The Perfect Is The Enemy Of the Good’ arriva come colpo di grazia sulle rimanenti ed esigue forze rimaste.

Una coesione all’interno di tutto il disco che non lascia interstizi di alcun tipo, monolite di violenza ai confini di punk, hardcore e metal orchestrate con una dovizia di particolari e sfumature che rasentano una perfezione fuggita nel titolo e negli intenti ma quasi raggiunta al termine del lavoro. ‘180 Proof’ è qualcosa che si anima, che rappresenta il vero crossover sonoro tra i generi citati poco sopra, che si staglia su quanto fino ad oggi ascoltato per rappresentare una freschezza inedita; così come ‘Arrival Of Niburu’ prende la forma del cerchio, si dilata sulla chitarra e accompagna a ‘Patient 957’, zenith del disco. Ancora ‘Spinner Dunn’ è affascinante nei suoi cambi di umore, apparentemente sull’orlo di una dilatazione che in fin dei conti non fa parte del DNA della band impegnata a rispolverare ogni possibile arma contundente per la successiva ‘Pentagons And Pentagram’.

Sicuramene aiutati da quello strano Harry Potter della produzione che è Matt Bayles (già all’opera fra Pearl Jam, Isis, Blood Borthers, Mastodon e i medesimi Burnt By The Sun fra gli altri) che cuce il vestito migliore per le canzoni scritte da Dave Witte e compagni nella nuova avventura.

E’ la voce di una radio che interrompe il flusso del vuoto al termine del disco, trasmissione intercettata da qualche arcano smanettone di CB, messa in chiusura. Quando tutto è stato detto, quando al tutto è seguito il silenzio di una banda radio vuota e disturbata, quello che rimane in sostanza dopo che il flusso di adrenalina è stato succhiato da questi americani. Meno male, diremmo noi, che di tanto in tanto qualcosa di veramente pericoloso ci viene sbattuto in faccia. Non necessariamente sparato alla velocità della luce, piuttosto con lo sguardo ammaliante di una Vedova Nera: suadente e mortale.

Voto recensore
9
Etichetta: Relapse / Self

Anno: 2003

Tracklist:

01. Abril los Ojos

02. Washington Tube Steak

03. Battleship

04. Forlani

05. 180 Proof

06. Arrival of Niburu

07. Patient 957

08. 2012

09. Spinner Dunn

10. Pentagons and Pentagrams

11. Rev 101


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