Pain Of Salvation – Recensione: The Perfect Element I

Alcuni gruppi nascono per essere violenti scossoni ad una scena che riserva poche sorprese a chi la frequenta da lungo tempo. Difficilmente ci si emoziona, si partecipa alle novità del rock pesante, del metal o come preferite chiamarlo, quando si perdono i giovani entusiasmi. Così ci sono volte in cui un disco ci fa esclamare che “è valsa la pena di perdere l’udito e la salute mentale per avere musica come questa” e qualcuno arriva addirittura alle lodi a Dio. E’ già successo due volte in precedenza, la prima con ‘Entropia’, inizialmente oggetto di culto riservato al mercato nipponico e chicca per collezionisti in Europa, risptampato lo scorso anno; la seconda con ‘One Hour By The Concrete Lake’, sempre a firma Pain Of Salvation. Un luogo comune, in questo caso benedetto, dice che “non c’è il due senza il tre” e ‘;The Perfect Element I’ è la parte in causa. E’ un discorso generale quello della band, che si riserva il diritto di spaziare nel prog metal, aggiungendo e mescolando coordinate provenienti da altri mondi solo in apparenza distanti. In un disco di questi visionari potete trovare il new metal, il crossover, il prog anni settanta, i Rush, il gotha di una musica che troppi hanno definito “intelligente” invece di “emozionale” . Ecco cosa sono i Pain Of Salvation, emozione. Sublimazione di corde toccate all’interno degli esseri umani che diventano scosse elettriche al cervello ed al cuore. Innanzitutto con un cantante come Daniel Gildenlow, si possono permettere di fare qualsiasi cosa passi loro per la mente, come lasciar fuori dalla formazione il chitarrista più “cattivo” come era Magdic ed approdare a dimensioni che suonano elettro-acustiche e risentono di quel pathos fruito solo in ‘A Pleasant Shade Of Grey’ dei Fates Warning. Si permettono di limare la schizofrenia dei due precedenti lavori misurando le linee storte dell’incedere di ciascuna canzone, rimanendo fedeli a se stessi, alle proprie influenze fusion, jazz e chi più ne ha più ne metta. A differenza di tanti colleghi, autori si di buoni dischi ma dall’impatto immediato, qui si entra a strati, in un mondo sconosciuto e sorprendente rischiando di smarrire la strada del ritorno. Esempio calzante è ‘In The Flesh’ dove su una sola nota lunghissima, Daniel dipinge la melodia vocale, prima di affidarsi alle alchimie di pianoforte e chitarra acustica dopo il bersek dei primi otto minuti, oppure è impossibile non perdersi nelle linee di ‘King Of Loss’ che chiude la seconda delle tre parti nelle quali l’elemento perfetto viene diviso. Non crediamo di sbilanciarci più di tanto raccontandovi che questo dischetto ha preso possesso dei lettori della redazione e non li vuole abbandonare. Per non continuare a vivere su Marte, non venite a dirci che non vi avevamo avvertito. Sono svedesi, si chiamano Pain Of Salvation e se non conoscete nulla di loro, prendete in un colpo solo i tre album, insieme ad un biglietto per un viaggio di almeno tre mesi su un’isola deserta, ascoltateli a ripetizione. Ne riparleremo al vostro rientro. Da parte nostra, avete già ricevuto le cartoline? Come dice un mio amico, “salute!”

Voto recensore
9
Etichetta: Inside Out / Audioglobe

Anno: 2000

Tracklist:

01. Used

02. In The Flesh

03. Ashes

04. Morning On Earth

05. Idioglossia

06. Her Voices

07. Dedication

08. King Of Loss

09. Reconciliation

10. Song For The Innocent

11. Falling

12. The Perfect Element


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