Axel Rudi Pell – Recensione: The Masquerade Ball

Cos’è che permette di distinguere il più scontato degli imitatori dal seguace che, pur non dicendo assolutamente nulla di nuovo, si propone in maniera vera e sincera, contribuendo a far rivivere, almeno in parte, lo spirito del Maestro di riferimento? Se esistesse una risposta scientifica e oggettivamente inopinabile, avrei certamente strada facile… ma così non è, e quindi, per una volta, vi dovrete fidare della mia discutibilissima opinione: i dischi di Axel Rudi Pell hanno l’anima. E questo fa la differenza. Chiaro: è ovvio che ogni album del biondocrinito chitarrista è, per sua stessa ammissione, niente più; niente meno che un tributo all’intera carriera di quel mostro sacro che risponde al nome di Ritchie Blackmore… ma la sincera passione, il calore, l’immenso feeling e il gusto che caratterizzano ogni sua uscita contribuiscono a segnare un solco profondo fra Axel e tutte le altre migliaia di cloni del Man In Black che calcano inutilmente le scene di mezzo mondo.

Un’anima, dicevamo, che permette ad Axel di toccare le stesse corde emozionali del suo “papà” spirituale, anche quando magari il disco in sé non è proprio eccezionale. E’ il caso di questo ‘The Masquerade Ball‘, album forse un po’ frettoloso, e quindi non riuscitissimo, ma che, nonostante ciò, riesce comunque a trasmettere passione a non finire, grazie al tocco magico di Axel e alla caldissima voce del suo pard Johnny Gioeli, qui autore di una prova veramente incredibile. Le considerazioni negative vengono soprattutto da una certa ripetitività di fondo (in particolare ‘Hot Wheels‘ è in pratica la vecchia ‘Warrior‘ con un altro testo), dalla non perfetta riuscita di alcune canzoni (su tutte delude la cover del capolavoro degli Uriah Heep ‘July Morning‘) e dalla schematicissima prova di Mike Terrana dietro le pelli (veloce e tecnico quanto volete, ma qui decisamente non ispirato e poco fantasioso). Detto questo, non è assolutamente possibile considerare ‘The Masquerade Ball‘ come un brutto disco, anzi: in particolare, ‘Earls Of Black’ è una grande speed song dal refrain accattivante, la titletrack è davvero coinvolgente nel suo incedere cadenzato, mentre è praticamente impossibile non commuoversi di fronte alla bellezza e al pathos delle due ballad ‘The Line‘ e ‘The Temple Of The Holy‘ (con Gioeli sensazionale per intensità e capacità interpretativa).

Se dovessi dar retta al cuore, vi assicuro che questo album finirebbe per beccarsi un sonoro 10, ma compito del recensore è di dare una visione obiettiva e ragionata di quello che gli si presenta davanti: ed effettivamente, non solo ‘The Masquerade Ball‘ non è, in ogni caso, il miglior disco della carriera di Pell (primato che per me resta assegnato al precedente ‘Oceans Of Time‘ e al live ‘Made In Germany‘), ma, a prescindere da ciò, resta fermo il discorso che la precedenza assoluta, se già non li avete, va data ai dischi di Deep Purple e Rainbow, che restano di ben altro spessore artistico. Per Axel c’è comunque sempre tempo.

Voto recensore
6
Etichetta: Spv/Audioglobe

Anno: 2000

Tracklist:

The Arrival (intro)/Earls Of Black/Voodo Nights/Night And Rain/The Masquerade Ball/Tear Down The Walls/The Line/Hot Wheels/The Temple Of The Holy/July Morning


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