The Halo Effect – Recensione: Days Of The Lost

Per continuare quanto fatto l’anno scorso nel nostro speciale sul Göteborg Sound, abbiamo deciso di unire le forze ancora una volta per giudicare il “nuovo” super-gruppo svedese. Senza dimenticare l’intervista che abbiamo registrato poco tempo fa con Niklas Engelin a Wacken. 

Non nascondo che quando ho appreso della nascita dei The Halo Effect sono stato colto da un misto di entusiasmo e curiosità, sensazione che credo di aver condiviso con molti fan dell’irripetibile scena di Göteborg degli anni ’90. L’arrivo di una band che riproponesse le sonorità melodic-death in voga nei nineties, capitanata da Mikael Stanne e comprendente un “parterre de roi” di ex componenti degli In Flames (Jesper Strömblad su tutti), ha rappresentato senza dubbio un evento.

Questo in particolar modo se consideriamo le direzioni intraprese da anni dai Dark Tranquillity e dagli infiammati, ormai ben lontani dal sound delle origini. Ecco allora che il presente “Days Of The Lost” rappresentava l’occasione per riaccendere i riflettori su una proposta che vanta ancora numerosi affezionati. Consideratelo un’operazione commerciale o nostalgia finché volete, ma l’album di debutto del nuovo ensemble ha tenuto fede alle sue promesse.

Di che produzione si trattasse avevamo già potuto intuirlo dai tre efficaci singoli apripista. “Shadowminds“, “Feel What I Believe” e la title track ci hanno infatti riportato indietro nel tempo, quando dalla Scandinavia arrivavano suoni che mischiavano melodia e aggressività in una maniera assolutamente inedita.

Uno stile che sa di bei ricordi e che ritroviamo anche nelle altre tracce del disco. Che si parli di “The Needles End” o di “Conditional“, di “In Broken Trust” o di “A Truth Worth Lying For“, i riff sono sempre ficcanti e i refrain vincenti, con quel pizzico di atmosfera malinconica che non guasta mai.

Days Of The Lost” è un album derivativo, non originalissimo e magari poco coraggioso? Certo che sì, ma non penso che a Stanne, Strömblad e compagni chiedessimo chissà quale innovazione per questa release. Se infatti, come me, anche voi desideravate farvi un bel tuffo nel passato, godendovi un disco gustoso, trascinante e realizzato in maniera impeccabile, i The Halo Effect sono la sorpresa che stavate aspettando. (Matteo Roversi)

Per una volta partiamo dal fondo: il disco in questione merita di essere ascoltato e apprezzato, anche nei prossimi mesi/anni? Sicuramente sì, però è giusto evidenziare che ci sono dei “ma” e cerchiamo di descriverli nelle prossime parole.

Qualsiasi nostalgico del cosidetto Gothenburg sound avrà strabuzzato gli occhi all’annuncio di questo nuovo progetto che vede confluire membri ed ex membri di Dark Tranquillity e In Flames, per tanti motivi che non stiamo ad elencare, ma che praticamente tutti gli amanti del melodic death metal conoscono, passati e presenti. Addentriamoci ora nei meandri di questo attesissimo “Days Of The Lost“, premettendo che i tre singoli che hanno anticipato l’uscita hanno sicuramente aumentato l’hype, ma non
così tanto come speravamo.

Shadowminds” apre il full length in maniera perfetta, con un pezzo che suona particolarmente legato ai primi anni ’00 nel suo songwriting, valorizzato e attualizzato da una produzione potente e performante, ma forse troppo artefatta. La titletrack è devastante, sicuramente uno dei migliori pezzi presenti nell’album, figlia di un riff decisamente “InFiammato” di Jesper Strömblad (qualcuno ha scritto “Embody The Invisible“?) e che farà scapocciare in sede live. “The Needless End” ci ha lasciato un pochino l’amaro in bocca, con quel riff che pare scucito addosso agli ultimi scialbi Amon Amarth. Fortunatamente ci si rialza subito dopo con l’immensa “Conditional“, con quell’arpeggio che sa di In Flames al 1000x1000 e i bpm che ci riportano in mente gli At The Gates. “In Broken Trust” e “A Truth Worth Lying For” sono le uniche due tracce con le grandiose clean vocals di Stanne, dove echi del fantastico “Projector“, ma soprattutto di “Haven” ci regalano livelli di songwriting decisamente alti, come del resto per tutta la durata dell’album.

Cosa manca? Sappiate che di coraggioso qua c’è veramente poco, praticamente nulla; il tutto è perfettamente confezionato per i nostalgici della prima era moderna melodic death metal, quella che per intenderci abbiamo apprezzato in “Damage Done” dei Dark Tranquillity e in “Reroute To Remains” degli In Flames, ma non si sente mai un rischio, magari quelle note neo folk che resero immortali “Whoracle” e “The Jester Race“, oppure quel cambio di passo nella cattiveria del growl che si sentiva in “The Gallery” dei Dark Tranquillity, da parte di un seppur strepitoso Stanne.

Li attendiamo in sede live il 4 ottobre a Milano, in apertura ad Amon Amarth e Machine Head, ma nel frattempo gustiamoci un gran bel disco, che noi vi consigliamo di acquistare in LP, per il suo suono dinamico e per la presenza di un libretto in formato grande veramente corposo, oltre che all’aggiunta di un bonus Blu Ray con documentario e video ufficiali. (Manuel Andreotti)

Operazione di marketing? Effetto nostalgia? Monetizzare? Son tutte domande lecite che bisogna porsi prima di intraprendere il percorso dei The Halo Effect. I protagonisti non hanno bisogno di introduzioni, quello che bisogna capire è se vale o meno il prodotto appena sfornato tramite l’intramontabile Nuclear Blast.

Days Of The Lost è un prodotto moderno indirizzato ad una cerchia di persone ben precisa: i nostalgici (ma non troppo) di un determinato periodo musicale andato un po’ nel dimenticatoio per abbracciare lidi e suoni molto (ma non del tutto) diversi rispetto a 30 anni fa. I fatti e gli episodi che si sono susseguiti nel corso delle loro rispettive band di appartenenza hanno fatto si che i 3/4 della formazione fosse in disoccupazione e durante la pandemia, tra una chiusura forzata e l’altra, abbiano deciso di unire le forze per creare qualcosa. Lo hanno ripetuto allo sfinimento che prima era per gioco, ma più la scrittura dei pezzi avanzava e più prendeva corpo l’idea di mettere su vinile quando creato: ed eccoci quindi al 12 agosto 2022.

Prima di descrivere le mie sensazioni vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che ritengo fondamentali: il più giovane della band è Daniel con i suoi 44 anni, con una media d’età di 47 e mezzo, una carriera indescrivibile in cui ognuno di loro (sia prima che dopo aver raggiunto il totale successo) ha cambiato il mondo della musica estrema e che in tempi più o meno recenti si sono dedicati ad altro. Peter insieme a Bjorn(Gelotte, In Flames nda) ha aperto prima un ristorante a Göteborg (il 2112) e poi insieme a Daniel un birrificio artigianale (Odd Island), Mikael continua con i suoi Dark Tranquillity e si è dato anche lui alla birra, Niklas non si capisce bene che fine abbia fatto dopo gli In Flames mentre di Jesper conosciamo purtroppo i risvolti dei suoi vizi.

Se avete inoltre letto il nostro special sul Göteborg Sound avete ben presente il mio amore verso sia la scena che la città, ma soprattutto sapete la mia devozione totale e completa nei confronti di Strömblad e di quanto abbia influito nel mio percorso musicale tanto da ritenere Clayman il mio disco preferito in assoluto, di conseguenza sapere che c’è anche lui dietro il progetto non fa altro che rendere la recensione un po’ di parte (saprete perdonarmi).

Ognuno di loro quindi possiamo ritenerlo economicamente indipendente, quindi ad una delle domande iniziali possiamo tirargli una riga sopra. Operazione Marketing? Questa cosa non mi interessa, che male c’è a fare due soldi in più? Se il prodotto è valido perché non provarci a farci sopra qualcosa, o anche voi mettete a disposizione in modo gratuito le vostre abilità (qualsiasi esse siano)? Quindi domanda per me ininfluente e ne rimane solo una: effetto nostalgia?

Beh ragazzi/e, qui rispondere è davvero difficile, o davvero facile, dipende da che parte state. Personalmente il disco mi piace, non si grida al miracolo, non scende una lacrima durante l’ascolto ma scorre, è solido con tanti spunti più o meno sentiti ma ditemi voi se è ancora possibile nel 2022 scrivere qualcosa di mai sentito nel Melodic Death Metal. Stiamo parlando di un disco da persone che hanno già sfornato i pilastri fondamentali della musica metal di metà ani ’90, cosa altro vogliamo sentire da loro? Ed è proprio questo il mio ragionamento principe nell’approccio di Days Of The Lost: nulla di nuovo, di eccezionale ma di solido, di nordico, di Göteborg. Si sentono riferimenti agli In Flames molto chiari e limpidi durante tutto il disco, qualcosa di più simile agli Amorphis con “Conditional” e nelle canzoni con parti pulite echi ai Dark Tranquillity, questo un altro elemento molto discusso per essere stato inserito. Stanne ha 48 anni e ve lo dico molto chiaramente: vocalmente parlando può fare quello che vuole che gli uscirà bene. A me il suo pulito piace davvero un sacco e speravo lo inserisse anche in questo progetto, cosa che ha fatto per due (sottolineo due) ritornelli, di cui “A Truth Worth Dying For” si conclude con un duetto di chitarre acustiche che non si sentivano dal 1999, qualcosa di simile a “Pallar Anders Visa”, ed è stato il momento in cui mi sono venuti i brividi.

Mi dispiace per tutti coloro che si aspettavano di ascoltare il nuovo “The Jester Race” o il nuovo “The Gallery”, ma qui possiamo dargli ragione quando dichiarano di averlo fatto un po’ per nostalgia un po’ per Jesper. Di tutte le figure mitologiche che hanno contribuito a elevare la città all’olimpo del metal scandinavo, lui è quello che si è trovato nella condizione peggiore. Ha fallito in tanti progetti post In Flames (The Resistance e ChyRa, anche se dice ancora di farne parte attiva), ciò non toglie che sia fondamentale e spero che questa operazione nostalgia gli serva di aiuto per andare avanti.

Prima di chiudere questa mia visione delle cose (non la ritengo una recensione) vorrei fare il solito polemico: personalmente non è solo un disco di buoni vecchi amici, ma c’è di sicuro altro sotto e secondo me va visto in modo molto criptico ma ben indirizzato. Com’è possibile che la vecchia line-up degli In Flames torni attiva col suo primordiale cantante proprio quando Friden & Co. sembravano aver finito i colpi in canna? Come mai Niklas non risponde in modo diretto alle domande che gli pongono sulla sua permanenza o meno nella band più famosa di Göteborg? Guarda caso un anno dopo l’annuncio del super gruppo, gli stessi In Flames cacciano fuori due singoli che li fanno ringiovanire di 20 anni, io alle coincidenze non ci credo, ma tant’è che se il risultato dei The Halo Effect è quello di sfornare un buon disco e di far svegliare anche le band del vicinato è come vincere la lotteria.

Da questo progetto io ho un paio di desideri: il primo, che è anche in più importante, poter rivedere sul palco Jesper questo inverno a Milano perché l’ultima volta fu nel 2008 all’Alcatraz per il tour di “A Sense Of Purpose” (anche se ci fu una seconda volta a Venezia quando andò di supporto ai Nightrage) ed il secondo che di questo progetto ci sia un seguito, come già dichiarato su Blabbermouth, mantenendo questo stile e visione di intenti.

Days Of The Lost” rimane un buon disco senza alcuna pretesa, con ottimi spunti ma che pecca del solito marchio di fabbrica Nuclear Blast: suoni super muscolosi e moderni. Se solo si fossero lasciati andare con un mix più vintage secondo me avrebbero convinto sicuramente più persone. (Riccardo Quarantini)

Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2022

Tracklist: 01.Shadowminds 02.Days Of The Lost 03.The Needless End 04.Conditional 05.In Broken Trust 06.Gateways 07.A Truth Worth Lying For 08.Feel What I Believe 09.Last Of Our Kind 10.The Most Alone
Sito Web: https://www.thehaloeffect.band

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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