The Ghost Inside – Recensione: The Ghost Inside

Il 19 novembre 2015 il pullman che trasporta i The Ghost Inside rimane coinvolto in un incidente stradale in America. La band si era esibita a El Paso la sera prima e si stava dirigendo a Phoenix. Durante lo schianto, il conducente muore e il batterista Andrew Tkaczyk perde una gamba. Una vera disgrazia, che ci riporta alla mente la notte del 27 settembre del 1986, quando ci lasciò Cliff Burton dei Metallica. Com’è comprensibile, i The Ghost Inside hanno abbandonato le scene musicali per qualche anno e i fan si stavano rassegnando all’idea che non ci sarebbero potuti essere altri album. Poi arriva l’annuncio di un nuovo lavoro in studio, con il quale il gruppo vuole provare a lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare da dove tutto si era interrotto, anche se niente sarà più come prima di quel fatidico giorno.

Il 22 aprile arriva “Aftermath”, che in italiano si può tradurre con “conseguenze”, “postumi”. Vi renderete conto che non esiste titolo più adeguato dopo aver guardato il video. Forse a volte abbiamo la tendenza ad idealizzare i musicisti e quasi ci dimentichiamo del fatto che siano esseri umani proprio come noi e queste immagini ci aiutano a ricordarlo. Il video si apre con la notizia dell’incidente apparsa su un’emittente americana e, durante tutto il corso della canzone, verrà inquadrata più volte la strada in cui è avvenuto lo scontro. Il finale, poi, è particolarmente commovente: vediamo i membri della band durante la riabilitazione, alcuni di loro devono imparare di nuovo a camminare, Andrew suona senza una gamba e si susseguono varie foto dei tatuaggi dei fan.

Questo album è un nuovo inizio ed è proprio questo l’aspetto più importante, a prescindere dalla musica. E’ fondamentale considerarlo in relazione a ciò che è successo. Infatti, non a caso la prima traccia si chiama proprio “Still Alive”, mentre in “Unseen” Jonathan Vigil canta “Am I lucky to be alive?” Chissà quante volte se lo saranno chiesto. Alla base di questa nuova avventura musicale c’è sicuramente il trauma, ma ci sono anche la crescita e il viaggio che ha portato i The Ghost Inside fino a questo punto. La rinascita sembra essere il filo conduttore, come afferma Jonathan nell’intro 1333 “TGI, From the ashes brought back to life” o come suggerisce il titolo “Phoenix Rise”. Si parla anche della necessità di affrontare gli ostacoli in “The Outcast”, di ricominciare da capo in “Begin Again” e del bisogno di allontanarsi dalle persone tossiche in “Pressure Point”.

Molta dell’attenzione probabilmente è focalizzata sull’importanza dei testi e del messaggio da veicolare e non tanto sulla musica in sé, ma nel complesso è esattamente quello che ci saremmo aspettati dalla band. Ci sono i breakdown e i riff metalcore in “Overexposure” e l’alternanza tra growl e clean in “Make or Break”. Una novità compare nell’intro strumentale di “Unseen”, mentre “One Choice” sembra essere più rock e radio-friendly.

Potremmo riassumere il significato dell’album con queste semplici ma importanti parole: “Triumph over tragedy”, il trionfo sulla tragedia. I The Ghost Inside ci hanno raccontato la loro storia e allo stesso tempo ci incoraggiano a raccontare la nostra. Vogliono idealmente esserci per noi, nei momenti difficili e nelle prove che dobbiamo superare. E noi, a nostra volta, non possiamo che accoglierli con un “bentornati” e augurare loro il meglio per il futuro!

Etichetta: Epitaph

Anno: 2020

Tracklist: 01. 1333 02. Still Alive 03. The Outcast 04. Pressure Point 05. Overexposure 06. Make Or Break 07. Unseen 08. One Choice 09. Phoenix Rise 10. Begin Again 11. Aftermath

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