Testament – Recensione: Practice What You Preach

Quando si cita “Practice What You Preach” bisogna sempre tenere conto che si sta parlando di un disco che ha avuto la “sfortuna” di uscire dopo due album stupendi come “The Legacy” e “The New Order”. Al terzo disco i Testament erano già degli dei del thrash, ispiravano imitazioni in tutto il mondo e sembravano sul punto di diventare uno dei punti cardinali del genere, appena un passo sotto i cosiddetti Big Four.

Con questo carico di aspettative “Practice What You Preach” deluse una parte della fan base, soprattutto perché la scelta di produrre il disco con un sound ripulito, secco e patinato suonò come un tentativo di svoltare verso il mercato più mainstream (anche se pensando al disastro fatto nello stesso periodo da Perialas con “When The Storm Comes Down” del Flotsam And Jetsam, ai Testament andò pure bene).

Di certo molte canzoni mostrano uno sforzo notevole verso la valorizzazione delle melodie, così come i tanti assoli regalano inserti estremamente puliti e rifiniture che vanno in una direzione più vicina al puro shredding, mostrando a tratti una sensibilità quasi fusion.

Che questo però sia un difetto ci pare un giudizio del tutto soggettivo e ascrivibile alla frangia più integralista dei thrasher vecchia maniera. Tralasciando posizioni di principio e scelte di campo va invece sottolineato come “Practice What You Preach” rappresenti un momento di grande crescita per una band che impara a concentrarsi con maggiore precisione sulla resa del formato canzone e dei ritornelli, sacrificando certamente parte della furia di un lavoro imprescindibile come “The Legacy”, ma non mancando di azzeccare ogni mossa per far funzionare al meglio questa nuova via (produzione a parte, come detto).

La title track è diventata ad esempio un classico tra i più presenti nelle scalette dei concerti e tra le preferenze dei fan, ma anche altre canzoni colpiscono il bersaglio in pieno: “Time Is Coming”, ritmata e caratterizzata da una riuscita linea vocale, così come da bellissime partiture chitarristiche, oppure “Sins Of Omission”, che trattava dello scottante argomento del suicido in un’epoca in cui il metal subiva processi e accuse di ogni tipo per le propria presunta cattiva influenza sui giovani.

The Ballad”, che all’epoca fu pietra dello scandalo (visto che un brano come “Nothing Else Matters” non era presente nemmeno negli incubi peggiori dei thrasher) è in realtà una canzone bellissima, dove si possono ascoltare un Chuck Billy ispirato e uno Skolnick sempre in forma. Senza poi tralasciare come nella seconda il brano si trasformi per diventare una thrash song a tutto tondo, riuscendo così nell’abbinare i due volti della band.

Non meno azzeccate sono poi “Envy Life” o “Perilous Nation”. La prima ci permette di sentire il primo accenno di growl presentato da un Chuck Billy sempre sugli scudi, ma in realtà il brano rimane perfettamente in linea con le canzoni più melodiche del disco e forse sarebbe stato un singolo più efficace della non eccezionale “Greenhouse Effect”. Mentre la seconda si bilancia tra cambi di ritmo e armonie vocali tipicamente Testament, finendo per essere la canzone che nel complesso è forse più accostabile allo stile di “The New Order”.

Anche se la grandezza dei primi due dischi non viene qui obiettivamente raggiunta, appare giusto assegnare a “Practice What You Preach” un ruolo comunque fondamentale nel percorso artistico di una band che ancora oggi occupa il proprio posto di rilievo tra gli amanti del metal. Un tassello importante in una discografia quasi immacolata.

testament-practicewhatyoupreach

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Atlantic Records

Anno: 1989

Tracklist: 01. Practice What You Preach 02. Perilous Nation 03. Envy Life 04. Time Is Coming 05. Blessed in Contempt 06. Greenhouse Effect 07. Sins of Omission 08. The Ballad 09. Nightmare (Coming Back to You) 10. Confusion Fusion
Sito Web: http://www.testamentlegions.com/site/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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