Black Symphony – Recensione: Tears Of Blood

Avviso: questa volta abbiamo esagerato, la seguente recensione è un po’ lunghetta…

Cupi e ossianici i Symphony sono una formazione tipicamente metal, capaci di trasmettere emozioni, di mutare dinamicamente di canzone in canzone, di colpire al primo ascolto, di essere orecchiabili, di picchiare senza pietà o cullare l’ascoltatore con melodie intense e suadenti. Guidati, gestiti e controllati dal padre e padrone Rick Plester questi cinque si sono presi il lusso di confezionare il disco che il mondo metal attendeva da almeno cinque anni (e se non lo attendeva sbagliava a non farlo), un disco tanto piacevole quanto pesante, metallico fino al midollo, un esperienza d’ascolto imperdibile. Sulla scia di grandi promesse decadute quali Metal Church e Vicious Rumors (delle due band citate ai B.S. manca solo la velocità) questo lavoro riesce a concentrare l’essenza stessa del metal, naturalmente all’americana (viste le origini), e lo fa con oltre un ora di musica polimorfica, tanto familiare quanto inusuale, che deve il suo fascino soprattutto al lavoro della voce di Ric Plamondon (che ha preso il posto di Mike Pierce che cantava sul debutto). Il singer, lontano anni luce dalla stirpe dei Kiske clones oggi in auge, è il vero mattatore del lavoro, un vero interprete capace di sferzare, cullare o semplicemente cantare come pochi suoi colleghi sono rimasti a fare. Il songwriting di Plester (di ruolo chitarrista) è incredibile, un vero mix and match (mischia e combina) di influenze, spunti, sensazioni e suoni (viste le band citate in precedenza il ricordo non può che andare a Vanderhoof e Thorpe, il cui stile era però decisamente più uniforme).

Il disco di apre con ‘Tears Of Blood’ un ottimo biglietto da visita. Il brano è un tipico pezzo heavy in mid tempo, incupito da alcuni giochi corali che sfociano in un cantato degno della migliore tradizione heavy rock (americana come testimonia anche un ritornello a tratti orecchiabile in netto contrasto con la pesantezza dei riff dominanti. Fin dal primo brano è possibile apprezzare la precisione della sezione ritmica formata da Rev Jones (basso, unico superstite con Plester dalla formazione del primo album) e Pete Holmes (ex Black And Blue, Ted Nungent Band e Ian Gillan band, alla batteria che ha preso il posto di Jeff Martin). Più cadenzata e cupa è la successiva ‘It Remains A Mistery’, quasi un tributo al rock gotico inglese dei primi anni settanta. Sulla stessa linea, ma decisamente più americana, con un refrain da cantare fin dal primo ascolto è invece la splendida ‘Take Me Down’: fantastica. Non ingannino i suoni elettronici con cui si apre ‘I Am Hate’ perché a ruota la chitarra comincia a riffare con cattiveria ed è un attimo ritrovarsi coinvolti nella tensione maligna della strofa che a sua volta non è che l’interludio per un refrain liberatorio ma al contempo potentissimo (una volta c’era un certo Dee Snider che era maestro in questo genere di ritornelli). Il primo break melodico arriva con ‘Death’ un brano in cui la voce fa veramente il bello ed il cattivo tempo. L’apparente calma è solo l’accesso ad improvvise esplosioni di metal secondo uno schema “tira e molla” di sicuro interesse che dura oltre sette minuti (sena mai annoiare). ‘Burned’ è di nuovo un pezzo dolce amaro ma dal sapore completamente diverso dalla canzone precedente. Qui le eruzioni metallice dei Black Symphony si fanno più spezzettate, volutamente meno fluide e continuative, ma con dei crescendo imperdibili. Non citato finora non va trascurato il lavoro di ricamo delle tastiere di Mattias Burstrom, mai invadente ma sempre utile a sottolineare ed arricchire i passaggi decisamente guitar oriented della formazione. ‘Over And Over’, uno dei brani più corti del lavoro, è un buon brano che però poco aggiunge a quanto ascoltato finora. ‘Tears Of Blood’ (part II) con i suoi tre minuti appena di sviluppo è uno dei piccoli gioielli del disco, una linea melodica capace di diventare un classico. ‘Forgive Me’ è invece quadro a tinte forti, chiare e scure, o la più grande melodia e dolcezza o la più profonda cattiveria, senza passaggi intermedi. Il cantato al solito dilaga. Decimo capitolo del lavoro è ‘Left In Confusion’ un altro piccolo (la canzone più breve del disco, meno di tre minuti) gioiello di metal potente e ossianico. ‘Into The Dark’ introdotta da quasi due minuti di tastiere (un po’ di spazio lo meritavano anche loro) è una lunga litania cadenzata e singolare, un brano particolare non per tutti. Chiude il disco ‘The Black Symphony’ (parte II, la prima era sull’album di debutto). Il brano è un poliedrico e difforme crogiolo di emozioni diverse, largamente approfondite ed esplorate dalla band, di difficile assimilazione perché prive dell’immediatezza di altri passaggi dell’album, ma di grande interesse per l’intensità con cui vengono proposte e per l’ottima struttura compositiva su cui poggiano.

L’abbiamo fatta lunga… è vero, ma questa volta ne valeva la pena. Un disco fondamentale.

(Nota: la versione in vendita del disco contiene un bonus disc con quattro cover: ‘Blue Eyes’ degli Who, ‘Smoke On The Water’ dei Deep Purple, ‘Zero To Zero’ dei Black Sabbath e ‘Deliverance’ dei Queensryche)

Voto recensore
9
Etichetta: Rising Sun / Audioglobe

Anno: 2001

Tracklist:

Tracklist: Tears Of Blood / It Remains A Mistery / Teke Me Down / I Am Hate / Death / Burned / Over And Over / Tears Of Blood (Part II) / Forgive Me / Left In Confusion / Into The Dark / The Black Symphony (Part II)


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