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Tankard – Recensione: One Foot in the Grave

Siete pronti per un altro disco dei Tankard? Qui non ci sono mezzo misure: la band di Frankfurt è di quelle che o si segue con simpatia imprescindibile o si snobba di netto. Anche perché, disco dopo disco, i nostri riducono sempre di più lo spazio d’interpretazione della loro musica, ritornando sempre sulle stesse idee e riformulando con modalità diverse discorsi già ampiamente sviscerarti in precedenza.

Poteva forse “One Foot In The Grave” fare eccezione? Dopo il ritorno in copertina del nostro amato alieno si poteva essere certi di no. Ed infatti ogni cosa è presentata ancora una volta esattamente identica a quelle che possono essere le aspettative basilari quando si approccia un nuovo album dei Tankard.

Si comincia con un paio di brani davvero belli, tirati e carichi della consueta tagliente ironia. “Pay To Pray” è un’evidente gioco di parole che prende spunto dal ben noto pay to play per spostare il tiro sulla religione usata come fonte di denaro. Il singolo “Arena Of The True Lies” è forse il brano che gode del ritornello più azzeccato e si scaglia in modo diretto verso l’abuso di social e che stanno appiattendo i rapporti sociali e diminuendo le capacità di giudizio di una bella fetta di popolazione. La produzione è davvero eccellente, ben bilanciata, con un bel suono di chitarra in sufficiente evidenza e una resa perfetta delle parti vocali, ma che da queste parti le cose si facciano con professionalità lo sappiamo bene.

Se però qualcuno si aspettasse un nuovo superclassico per la band, ci togliamo subito il sassolino dalla scarpa e diciamo che purtroppo nell’insieme qui mancano la canzoni davvero valide. Non che brani come la divertente “One Foot In The Grave”, la molto più seria “Syrian Nightmare” o la sparatissima “The Evil That Men Display” siano mediocri, ma non brillano al di sopra di quello standard piacevole che trasmette la familiarità che si percepisce quando si ha a che fare con una band che si conosce a menadito.

Unica altra traccia che esce quel tanto dal mucchio da risultare intrigante è “Secret Order 1516”, caratterizzata da un coro anomalo e da qualche inserto armonico appena più inaspettato, ma stiamo comunque parlando di un pezzo che difficilmente diventerà un classico. A conti fatti “One Foot In The Grave” è un altro, l’ennesimo, album confezionato dai Tankard per i loro fan più accaniti, quelli che di ascoltare anche solo qualcosa di appena diverso se ne fregano alla grande. Per tutti gli altri c’è tranquillamente la possibilità di passare oltre senza troppi rimpianti.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Pay to Pray 02. Arena of the True Lies 03. Don't Bullshit Us! 04. One Foot in the Grave 05. Syrian Nightmare 06. Northern Crown (Lament of the Undead King) 07. Lock 'Em Up! 08. The Evil That Men Display 09. Secret Order 1516 10. Sole Grinder

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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