L.a. Guns – Recensione: Tales From The Strip

E’ proprio vero che il rock’nroll ha il potere di resuscitare I morti.

Gli L.A. GUNS li davamo tutti più di là che di qua, soprattutto dopo la fuga del fondamentale Tracii Guns verso i Brides Of Destruction e uno scialbo disco di cover come ‘Rip The Covers Off’.

Ed invece ecco il ritorno della voglia di graffiare, delle mutande strappate, delle macchine veloci… insomma della bestia del rock’n’roll che abbiamo imparato ad amare anni fa tra una birra scolata di rigore e una molestia regalata alla tipa di turno.

Curiosamente l’album è una sorta di retrospettiva sulla carriera della band stessa, un diario immaginario in cui si ripercorre la vita lungo la Hollywood Strip (il primo concept album dello street metal?).

Come le liriche, anche la musica sembra voler guardare indietro, con chiari riferimenti ad album come ‘Hollywood…’ e il plurivenduto ‘Cocked And Loaded’, ma senza tralasciare l’anima bluesy di ‘Man In The Moon’ e il taglio hard del valido ‘Waking The Dead’ (forse il migliore dei loro album dopo i primi tre). Ma al di là di ogni discussione critica sulle intenzioni stilistiche sono le singole canzoni a parlare con l’autorevolezza di chi ha ritrovato l’ispirazione giusta. ‘It Don’t Mean Nothing’, ‘Hollywood’s Burning’ , ‘Rox Baby Girl’, ‘Crazy Motorcycle’, etc… mettono in evidenza una produzione grezza ed essenziale, l’ideale per chi mira dritto al cuore della faccenda (ovvero picchiare duro come ai vecchi tempi), ma come da copione quando si tratta della band di Phil Lewis non mancano comunque i toni malinconici e sono le più ricercate ‘Vampire’, ‘Skin’ e ‘Electric Neon Sunset’, più il sorprendente assolo di batteria ‘6.9. Earthsaker’, a garantire quella varietà necessaria a portare l’opera oltre la semplice gratificante nostalgia.

Una resurrezione in piena regola che ci riconsegna una band in forma smagliante e pronta ad infuocare gli animi dei vecchi rocker rimasti in circolazione.

Voto recensore
8
Etichetta: Mascot / Edel

Anno: 2005

Tracklist:

01. It Don't Mean Nothing

02. Electric Neon Sunset

03. Gypsy Soul

04. Original Sin

05. Vampire

06. Hollywood's Burning

07. 6.9 Earthshaker

08. Rox Baby Girl

09. Crazy Motorcycle

10. Skin

11. Shame

12. Resurrection

13. Amanecer

14. (Can't Give You) Anything Better Than Love


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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