Jon Oliva’s Pain – Recensione: ‘Tage Mahal

Che gioia poter ascoltare un nuovo, bel disco dei Savatage!

Di quelli da ‘allarme-metal a Broadway’, di quelli che quando senti partire il pianoforte ti immagini un sipario che si apre, un palco buio ed un faretto che illumina il protagonista così carico di pathos da risultare inquietante.

Poi entrano le chitarre distorte e di lì a poco esplodono i contrappunti vocali.

Tutto è al suo posto, nel nuovo, bel disco dei Savatage…

Ma, un momento, questo non è il nuovo, bel disco dei Re della Montagna: è il debutto dei Pain di Jon Oliva!

Come sarebbe a dire che la differenza in pratica non si nota?

Ok, manca la trama unificatrice che lega le tracce fino a formare il ‘concept album che potrebbe all’istante trasformarsi in piece teatrale, se solo un produttore sborsasse i dollaroni necessari’ (in compenso la maggioranza dei pezzi sembra estratta da tanti ipotetici musical metallari, a tutto vantaggio della complessità di partiture ed arrangiamenti), mancano tutti gli altri membri dei Savatage (?!?) e latitano i monocordi episodi testosterone-only in stile ‘Taunting Cobras’ (oppure, quando ci sono, divagano quanto basta per catturare l’attenzione, come in ‘Pain’), ma

nessuna di queste assenze ci sembra fondamentale: possiamo addirittura rinunciare alla lacrimuccia provocata da una storia chirurgicamente costruita per provocare groppi in gola, una volta tanto.

Ovviamente l’interpretazione di Jon è magistrale, varia ed intensa e

la band all’altezza del compito, come già nei Circle II Circle.

I sostenitori del grande vocalist non avranno di che lamentarsi (se non amano affatto le sorprese, tanto meglio), mentre a noi restano un paio di considerazioni finali:

1)Adesso che ci sono i Pain, che senso hanno i Savatage, tradizione a parte? (E visto che c’erano già i Savatage, che senso hanno i Pain se non come ‘compagnia di giro alternativa’ per il vulcanico Jon? Forse potremmo chiedere lumi alle royalties di Paul O’Neill…)

2)Tornando a parlare di Broadway e teatro, è buffo constatare ancora una volta come i più pericolosi rivali (almeno potenzialmente) di Sir Andrew Lloyd Webber siano due corpulenti metallari dotati di non comune gusto per la grandeur corale iperamplificata (per la cronaca, l’altro è Hansi Kursch) e che il mondo continui a non accorgersene, edulcorazioni orchestrali transiberiane escluse.

Dannata impresentabilità della pancia ‘da birra’ cinta di borchie…

Voto recensore
7
Etichetta: SPV / Audioglobe

Anno: 2004

Tracklist: 01.The Dark
02.People Say - Gimme Some Hell
03.Guardian Of Forever
04.Slipping Away
05.Walk Alone
06.The Non Sensible Ravings Of The Lunatic Mind
07.No Escape
08.Father, Son, Holy Ghost
09.All The Time
10.Nowhere To Run
11.Pain12.Outside The Door
13.Fly Away

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