Symphony X – Recensione: Underworld

Underworld” dividerà critica e pubblico, su questo non ci sono dubbi. La nona fatica in studio dei Symphony X è un album ricco di sfaccettature, che cerca di abbracciare tutte le sfumature della discografia della band americana, a volte regalandoci brani superbi, altre dandoci la sensazione di trovarci di fronte ad un’opera incompiuta. Rispetto al predecessore “Iconoclast”, questo lavoro è sicuramente più compatto, si perde raramente in sinfonicismi, risultando rabbioso e cangiante nello stesso tempo, come solo Allen e soci sono in grado di fare. Purtroppo in “Underworld” sono presenti alcuni brani molto simili fra loro, in cui le tastiere di Pinnella vengono relegate in un cantuccio, per lasciare libero sfogo ai riff di scuola thrash di Michael Romeo, che sono sì un pugno nello stomaco, ma si divorano tutto il resto, facendo terra bruciata attorno.

Già il singolo “Nevermore” ci aveva lasciato qualche indizio su quale sarebbe stato l’indirizzo di “Underworld”. Riff taglialegna, ritmica serrata e ritornello piuttosto monocorde, reso ruggente da Sir Allen, ma nulla di davvero clamoroso. Con la title track i Symphony X cercano di accontentare i fan del periodo “V”, inserendo alcune partiture orchestrali ed arrangiamenti pomposi, ma, anche in questo caso non restiamo abbagliati dalla classe compositiva a cui siamo stati abituati in passato dal gruppo a stelle e striscie. Con “Without You” si inizia a ragionare. Una song dove le chitarre acustiche tessono una ragantela sonora in cui restano immagliati gli altri strumenti e su cui si staglia l’apertura melodica di Allen nel ritornello. Da applausi. Di tutt’altra pasta, ma altrettanto vincente è la seguente “Kiss Of Death”, una song dall’anima horror, in cui cori tenebrosi si alternano ad accelerazioni blast beat e ad un cantato al vetriolo dell’istrionico Allen. La seconda metà di “Underworld” si rilfette nello specchio della prima parte, alternando momenti intensi e raffinati (“Legend”) al altri più di maniera, come nella lunga e progressiva “Hell And Back”, niente di più che un esercizio di stile.

Al termine del nostro tour all’inferno, raccontato nelle lyrics dell’immaginario creato dai Symphony X (come spiegato nell’intervista da Michael Romeo), si chiude idealmente un cerchio sonoro ed emotivo, in cui i nostri sono andati a pescare i dettami della propria carriera, come in tanti gironi infernali, appunto. Se da un lato possiamo apprezzare la volontà di tenere vivo un marchio di fabbrica ormai inconfondibile, dall’altro non possiamo ignorare un calo di idee in fase di songwriting, che emerge scavando a fondo nei passaggi strumentali, nelle strofe dirette in cui si lascia la patata bollente ad un Allen sempre perfetto, ma che non può salvare la situazione da solo. Ne viene fuori un album sicuramente interessante, in certi passaggi controverso, ma a suo modo, perfetto per una certa fetta di pubblico. Non sempre l’ispirazione porta a sfornare capolavori, ma certamente, quando una band ci ha abituato così bene come i Symphony X, quando ci viene proposto un album solo discreto, non si può negare un pizzico di delusione.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast / Audioglobe

Anno: 2015

Tracklist:

01. Overture
02. Nevermore
03. Underworld
04. Without You
05. Kiss Of Fire
06. Charon
07. Hell And Back
08. In My Darkest Hour
09. Run With The Devil
10. Swansong
11. Legend


Sito Web: www.symphonyx.com/

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. MARK HUGE

    ottimo disco , veramente ispirati a sto giro!!!!

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  2. Symphony XI

    Non sono d’accordo con la recensione. Probabilmente in questo album non troverete canzoni da storia del metal, ma è tutto bello, dall’inizio alla fine. Rispetto ad altri album dei SX si assimila anche più facilmente. Vale i soldi spesi e questo non è cosa da poco nel 2015, considerando che anche le band storiche non riescono a sfornare qualcosa di decente da anni.
    Le tastiere di Pinnella si sentono eccome, ci sono meno assoli rispetto a Iconoclast, ma questa scelta di ritagliare i virtuosismi fini a se stessi mi è piaciuta molto, relegandoli solo in punti dove ci stavano bene. Romeo è semplicemente mostruoso, in Nevermore non si ferma un secondo e sarà interesante vederlo in live dove di solito i pezzi vengono suonati leggermente più veloci del cd.
    La mia personalissima opinione è che all’interno dei riff spaccasassi siano state inserite delle parti vocali più hard rock melodiche rispetto al passato, dovuti alle influenze degli ultimi side projects di Allen e LePond, e la cosa che mi ha stupito è che ci stanno incredibilmente bene. E’ innegabile che ci sia stato un cambiamento rispetto al passato, ma non deluderà nessuno perchè è un lavoro heavy e di qualità, non fatto tanto per fare uscire un cd. Fa sempre piacere ascoltare dei lavori ispirati anche se leggermente fuori dal seminato.

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