Dark Quarterer – Recensione: Symbols

Più che di semplice musica, il quinto album dei Dark Quarterer, che già sono una pietra miliare del metal italiano per la storia che hanno dietro di sè e per la forza del loro stile, è un vero e proprio trattato di filosofia. L’obiettivo di Gianni Nepi (una di quelle persone che quando salgono sul palco riescono ad attirare l’attenzione senza dover alzare la voce o atteggiarsi a rockstar) e compagni è infatti quello di descrivere la centralità dell’uomo nella storia del mondo, nel bene e nel male, ed è tramite l’espressione dei propri sentimenti che l’uomo realizza completamente se stesso. I “simboli” di cui parla il titolo sono infatti dei personaggi storici che in un modo o nell’altro sono diventati grandi perché sono riusciti a manifestare appieno i sentimenti che avevano in sé. La cosa più sorprendente di questo lavoro, assolutamente perfetto per quanto riguarda produzione e resa sonora, è che il suo ascolto ha veramente il potere di fare aprire la mente, come se ci si proiettasse nel mondo dei protagonisti e si vedesse tutto dal loro punto di vista, e grazie a questo si entra in una serie di prospettive nuove, si ha la possibilità di volare attraverso i secoli, lontani dai libri di storia, inseriti nel modo di pensare di chi la storia l’ha fatta in prima persona.

Sei monologhi per sei personaggi, dunque. Tutankamon (“Wandering In The Dark”) si affaccia alla morte con coraggio e lancia una delle preghiere più belle che si possano concepire (“please cry to the sky / and I will be forever free from this darkness / and I’ll see the light at last”). Giulio Cesare (“Ides Of March”) si rivolge direttamente a chi lo sta pugnalando e si rende conto che tutto il suo operato svanisce rapidamente di fronte al tradimento. Gengis Khan (“Pyramid Of Skulls”) parla della sua volontà di conquistare il mondo attraverso lo strumento della paura e della repressione, ma al tempo stesso preserva il lavoro di artisti e artigiani in modo da avere anche il controllo di cultura e tecnologia. Giovanna D’Arco (“The Blind Church”) mescola il desiderio di liberazione della Francia al rancore sordo per le accuse che le vengono fatte e la richiesta a Dio di non abbandonarla nel momento della morte. Kunta Kinte (“Shadow Of The Night”) parla del desiderio di libertà che si esprime attraverso la vendetta. Infine, Geronimo (“Crazy White Race”) invoca intensamente il Grande Spirito perché consenta al suo popolo (e quindi non è tanto concentrato su se stesso quanto su chi gli sta attorno) di ritrovare le cose che ha perduto a causa dell’invasione dei bianchi.

Le voci di questi sei personaggi vengono espresse in musica secondo lo stile a cui i Dark Quarterer ci hanno abituato da sempre, con quel prog raffinato in cui ogni tassello strumentale e vocale si incastra alla perfezione. Filosofia a parte, valeva davvero la pena di aspettare tanto per un risultato del genere.

Voto recensore
8
Etichetta: My Graveyard

Anno: 2008

Tracklist: 1- Wandering In The Dark
2- Ides Of March
3- Pyramid Of Skulls
4- The Blind Church
5- Shadows Of Night
6- Crazy White Race

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