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Stone Sour – Recensione: Hydrograd

“Hydrograd” , nuova fatica degli Stone Sour, è stato un disco complicatissimo da recensire. Un lavoro complesso, lunghissimo e dagli umori diversi (probabilmente costruito in un arco di tempo piuttosto ampio, così sembrerebbe ad orecchio) e cangianti. Eterogeneo come poche volte nella loro carriera, “Hydrograd” probabilmente spaccherà in due i fan della band di Corey Taylor.

Parte bene “Hydrogad”, con una intro dai toni epici chiamata “YSIF” (e con quel certo non –so-che di Savatage) ma poi le cose diventano molto più decise con “Taipei Person – Allah Tea”, percussiva, aggressiva e coinvolgente. Un buon Corey Taylor – soprattutto nelle clean vocals – prende per mano l’ascoltatore lungo un discreto ritornello. Bello anche il lavoro delle chitarre, riff circolari, aggressivi e di sicuro impatto.

“Knievel Has Landed” ricalca lo schema della precedente, molto bene batteria e chitarre ed un gioco costante di vuoti e pieni interpretato tra strofa e ritornello. Non dura nella memoria più di un respiro la title track, che scivola via stranamente senza colpire troppo a parte il solito buonissimo chorus.

E poi “Song#3”. Primo singolo, che al primo ascolto non mi aveva per niente colpito, ma che cresce grazie ad un positivo lavoro melodico. I dubbi iniziali si sono “convertiti” dopo une serie di ascolti attenti.  Certo, continuerà a dividere perché molto melodica e poco aggressiva, ma resta un momento del disco da promuovere. Affilata come un rasoio “Fabuless” (peccato il suono, pessimo, del rullante), che picchia in maniera chirurgica e piace per gli attimi di buio che si incastrano in quelli di luce sussurrati da Corey.

Canzone apparentemente fuori contesto “Rose Red Violent Blue (The Song Is Dumb & So Am I)”: intro e strofa quasi reggae, ma che poi esplode in buon pezzo dai tratti molto rock. “Thank God It’s Over” è invece canzone rock a tutto tondo, semplice lineare e senza sussulti particolari. Spiazza, ma non troppo, la ballad dai toni country “St. Marie”. Tipicamente americana, con slide d’ordinanza e coro a puntellare il ritornello. Non mi stupirebbe di vedere – prima o poi – Corey protagonista di un disco realmente solista di stampo country. Le qualità ci sono, la voce è adatta, perché non farlo?

“Whiplash Pants” (!) invece sorprende per il intro di synth che poi vengono spazzati via dalla canzone più intensa del disco. Grande riff, Corey Taylor as its best e tanto-tanto-tanto “cuore” Slipknot. Lascia un pò di spiazzati “Friday Knight”, che parte a mille ma poi si spegne dopo un riff degno di nota per poi riaccendersi con un ritornello davvero “bizzarro” per i canoni dei nostri. Spettrale la conclusiva “When the Fever Broke”, con una voce di Taylor leggemente filtrata che sembra urlare al vento la sua disperazione.

Cosa rimane di questo disco? Una sensazione senza dubbio positiva. Le canzoni ci sono, funzionano, ma sicuramente non c’è una canzone che “esce” dal mucchio per diventare punto fermo degli Stone Sour. Buoni momenti, quello sì, e anche parecchi visto che più di qualche canzone è valida. Difetti? Forse un disco troppo lungo, troppe canzoni, qualità come sulle montagne russe ed una certa staticità compositiva nella costruzione delle canzoni stesse.

Voto recensore
7
Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. YSIF 02. Taipei Person/Allah Tea 03. Knievel Has Landed 04. Hydrograd 05. Song #3 06. Fabuless 07. The Witness Trees 08. Rose Red Violent Blue (This Song Is Dumb & So Am I) 09. Thanks God It’s Over 10. St. Marie 11. Mercy 12. Whiplash Pants 13. Friday Knights 14. Somebody Stole My Eyes 15. When The Fever Broke
Sito Web: http://www.stonesour.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista extraordinaire in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “persona seria” per n-mila testate e prodigioso “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Ah sì, anche “cantante” in una band metal-qualcosa. Non ci facciamo mancare niente insomma. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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