Squealer – Recensione: Insanity

Alfieri del Power & Thrash da quasi quaranta anni, gli Squealer si propongono con la decima registrazione in studio della loro carriera di aggiungere un ulteriore tassello ad un progetto che li vede impegnati ad arricchire la propria offerta con elementi nuovi e svecchianti: “Insanity” non si preannuncia solamente come un lavoro di cavalcate thrash o potenti progressioni power, ma aspira ad accomodare cori polifonici e ballad per mantenere fresca, ed al passo con i tempi, la proposta della band di Schwalmstadt. Nonostante l’immagine relativamente scanzonata che trova posto in copertina, gli Squealer ripropongono uno speed-power di produzione inaspettatamente rustica, privo di fronzoli e dritto al punto. La piattezza dei suoni e la tecnica non eccelsa in capo al frontman Sebastian Werner (“Lose Control”) precludono però al disco la possibilità di suonare davvero pomposo e trascinante: “Insanity” si accontenta di accasarsi come un demo glorificato, per usare un’espressione oggi tanto comune quanto efficace, seminando qualche spezzone curioso (“Salvation”) che mai si trasforma in un episodio veramente rotondo e compiuto. La transizione da ritornelli difficilmente memorabili ad assoli già sentiti avviene con naturalezza prevedibile e prevedibilità via via più naturale, secondo una continua reiterazione di intenti che chiarisce bene le coordinate – un po’ sfilacciate – sulle quali si attestano oggi i cinque tedeschi.

Citando a piene mani Judas Priest, Iced Earth e Metal Church, Werner e compagni non raggiungono la coesione necessaria ad omaggiare i propri riferimenti: la volontà e l’esperienza si percepiscono nei differenti registri, nei cori che tendono all’orchestrazione (“Bad Tasting Sin”) così come nei momenti in cui trasuda la voglia di spingere con decisione sull’acceleratore, ma la sensazione ultima ed onnipresente è che al sogno della rinascita manchi sempre qualcosa per concretizzarsi in una sua ripetibile e convincente pienezza. Le cose vanno ancora peggio dove lo stile si sposta su un trash-thrash sterile e un po’ raffazzonato (“Hunter Of Myself”), che altrove avrebbe trovato posto come traccia segreta… mentre gli Squealer lo propongono proprio a metà scaletta, quasi ad identificare in un miscuglio indecifrabile ed a tratti cacofonico di doppia cassa e schitarrate l’apice della propria produzione nel tormentato 2020. Un’ulteriore perplessità scaturisce dalla valutazione, per certi aspetti positiva, dei mid-tempo proposti in scaletta: “Low-Flying Brains” e “Power Of Bliss” sono scontate e stantie già a partire dal loro titolo, ma possiedono almeno un’idea timida di ordine, un arrangiamento che le fa crescere come ci aspetteremmo, ed una organizzazione che – in mezzo a tanto disordine – suona come una luce fioca in fondo al lunghissimo tunnel. La conclusiva “Black Rain”, lenta ed arpeggiata, sembra concedere l’opportunità per una riconciliazione: le atmosfere si fanno più soffuse, il suono della cassa di Peter Schäfer porta tutto in una volta quel calore che sul resto del disco è totalmente assente, e persino i cori risultano robusti e piacevoli, almeno fino al momento in cui Werner non li impreziosisce – detto con un misto di ironia amara e definitiva rassegnazione – con i suoi stentati controcanti.

Poche idee ma confuse è probabilmente il modo più onesto e diretto per definire un album come “Insanity”, che – democraticamente, forse per non scontentarne nessuno – presenta pecche in tutti i suoi aspetti: dalla produzione alla tecnica spesa, passando per composizione ed arrangiamenti, non c’è davvero nulla in questi cinquanta minuti che si possa definire convincente. L’esperimento di restyling non ha avuto successo ed anche il mixing/mastering di Roland Grapow (Helloween/ Masterplan) può davvero poco contro una mancanza di sostanza che emerge già dai primi minuti di ascolto, a parziale conferma di quella stessa difficoltà creativa che aveva permeato il ritorno della band sulle scene dopo la scomparsa del cantante-fondatore Andy Allendorfer, avvenuta nel 2005. Tra successioni elementari di accordi, indecisioni stilistiche e generali banalità che purtroppo non risparmiano nemmeno la title-track, l’ascolto del tafazziano “Insanity” non è forse il modo migliore per chiudere gli ascolti di quest’anno all’insegna dell’ottimismo. Tra le tante cose che i prossimi mesi dovranno restituirci per compensare la performance non brillante del 2020 vi sono il pubblico negli stadi, i viaggi poveri su Flixbus, gli occhiali non appannati e dischi molto migliori di questo.

 

Etichetta: Pride & Joy Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Into Flames, 02. Salvation, 03. Bad Tasting Sin, 04. My Journey, 05. Low-flying Brains, 06. Hunter Of Myself, 07. Insanity, 08. Lose Control, 09. Power Of Bliss, 10. Black Rain
Sito Web: squealer.de

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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