Depeche Mode – Recensione: Some Great Reward

Dopo i consensi commerciali di un album dalle tinte pop e disimpegnate come “Construction Time Again” per i Depeche Mode sarebbe stato facile sedersi all’ombra del successo e sfornare un nuovo disco disincantato e sornione. E invece no. E’ il 1984 e gli inglesi danno alle stampe un album dal mood oscuro e meno immediato del suo predecessore, ideale trampolino per il successivo e altrettanto epocale “Black Celebration.” “Some Great Reward” vede svettare la penna dell’anima dark di Martin Gore e sarà registrato in parte a Londra e in parte a Berlino in compagnia dei maestri Gareth Jones e Daniel Miller.

Ma entriamo nei particolari. Si comincia con un brano squisitamente dark come “Something To Do”, dall’incedere crepuscolare ed incalzante, ricco di rumori industriali e con un cantato a tratti sofferto. Il testo (un’altra costante di questo disco sono le splendide liriche) denuncia l’alienazione derivata dal lavoro in fabbrica, in particolare della donna e quel “c’è qualcosa da fare” ripetuto ossessivamente è proprio la voce dell’operaio che diventa un numero inserito in una catena di montaggio. E ancora intimismo e crepuscolarità con “Lie To Me”, con un Dave Gahan in grande spolvero che implora alla sua compagna di mentire per non subire il dolore che deriva dalla verità.

Ora si tira un po’ il fiato dopo due pezzi aggressivi. E’ il turno di “People Are People”, un episodio molto più fruibile e sornione ma con ottime liriche che affrontano il tema del razzismo e parlano di eguaglianza tra gli esseri umani. Si prosegue con la delicatezza di “It Doesn’t Matter”, affidata alla voce di Martin Gore e se la seguente “Stories Of Old” è forse uno dei brani meno interessanti, con l’altrettanto romantica “Somebody” si torna su alti livelli, attraverso un episodio dove trionfano le tastiere e una voce carica di atmosfera che dichiara tutta la necessità dell’amore. Amore che diventa gioco e anche pericoloso in “Master And Servant”, uno degli highlight dell’album, dove il rapporto diventa necessità d dominare o essere dominati. Il brano è piacevole ma non esclude un mood muscolare, fatto di beats metallici ed è un perfetto esempio di come una canzone di successo possa essere altrettanto fredda nei ritmi e realmente trasgressiva (perché qui non stiamo parlando dei paparazzi di Lady Gaga…). Chiude ciò che a giudizio di chi scrive è uno dei brani migliori mai concepiti dai Depeche Mode, quella “Blasphemous Rumours” dai suoni oscuri e vagamente ambient, inno all’agnosticismo dalle liriche curate che evitano ogni possibile offesa, davvero avanti anni luce se consideriamo quanto il mondo, quasi trent’anni fa fosse ancora bigotto. “Non voglio dare inizio a delle voci blasfeme, ma credo che Dio abbia un senso dell’umorismo malato e quando morirò, mi aspetto di vederlo ridere.” E con la voce di chi ha dubbi espressi lecitamente e con rispetto, concludiamo il nostro commento a uno dei migliori album degli inglesi, consigliandone l’acquisto a tutti gli amanti della buona e vera musica.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Mute Records

Anno: 1984

Tracklist:

01. Something To Do

02. Lie To Me

03. People Are People

04. It Doesn't Matter

05. Stories Of Old

06. Somebody

07. Master And Servant

08. If You Want

09. Blasphemous Rumors


Sito Web: www.depechemode.com

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