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Skid Row – Recensione: Slave To The Grind

La nostra macchina del tempo questa volta ci riporta a fine anni ’80 inizio anni ’90. Nell’universo del rock è il periodo della ribalta di band quali Guns’N’Roses, Poison, Ratt, Motley Crue e compagnia bella, fautrici di un hard rock dalle tinte melodiche e dal potenziale flavour mainstream che soprattutto negli Stati Uniti stava vivendo una incessante celebrità. Canzoni immediate, fondate su ritmi accattivanti, suoni caldi e quei classici ritornelli melodici che si imprimono nella mente per sedimentarvi, e non da ultimo baldi giovani musicisti dall’aspetto affascinante: questa era la ricetta per candidarsi a new sensation del momento.

In questo grande circo muovevano i primi passi anche gli Skid Row, al centro di un grande successo con l’omonimo album d’esordio, datato 1989. Un disco impeccabile, senza difetti, un singolo da hit parade come la strappalacrime ’18 And Life’ o quella ‘Youth Gone Wild’, ideale inno della nuova generazione di teenager patiti di sano e spensierato rock’n’roll. Passano solo due anni ed ecco veder la luce il nuovo lavoro dei quattro fascinosi americani: ‘Slave To The Grind‘ è il manifesto di un gruppo talentuoso e creativo, che non si adagia sugli allori ma cerca qualcosa di diverso, per sentirsi ancora più se stessi e riconoscersi in ogni nota suonata ed ogni goccia di sudore versata sul palco. Ecco dunque un disco che si fa più pesante, ruvido, circondato da un alone di rabbia e grinta da sputare in faccia a chiunque abbia il coraggio di alzare gli occhi e drizzare le orecchie. Non mancano però momenti più distesi, melodici ed ariosi, perché quando si tratta di farsi più intimistici e dolci gli Skid Row ti inventano perle come ‘Quicksand Jesus‘, ‘In A Darkened Room‘ e ‘Wasted Time‘. Sarebbe un crimine non citare ‘Monkey Business‘, che nasce con un arpeggio blues per esplodere in calore hard rock trovando respiro in un intermezzo funky, umori che si assaporano nuovamente nel procedere con l’ascolto dell’album: non solo hard rock grintoso dunque. Difficile comunque trovare un punto debole in ‘Slave To The Grind‘, difficile restare indifferenti al groove delle due chitarre di Dave Sabo e Scott Hill, al ritmo tenuto da Bolan al basso e da Affuso dietro le pelli e, dulcis in fundo, alla sublime voce di Sebastian Bach, con quel suo carisma, quella sua grinta che sa sciogliersi in toccanti melodie quasi sussurrate per ridestarsi e graffiare con sempre più accesa aggressività. Nostalgia.

Etichetta: Atlantic

Anno: 1991

Tracklist:

01. Monkey Business
02. Slave To The Grind
03. The Threat
04. Quicksand Jesus
05. Psycho Love
06. Get The Fuck Out
07. Livin’ On A Chain Gun
08. Creepshow
09. In A Darkened Room
10. Riot Act
11. Mudkicker
12. Wasted Time


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