Slash feat. Myles Kennedy and the Conspirators – Recensione: Living The Dream

L’abito non fa il monaco. Niente di più vero, perché il primo impatto è sempre quello visivo prima di quello uditivo. Il nuovo disco di Slash con Myles Kennedy ed i The Conspirators parte malissimo, colpa di un artwork orrendo che metterebbe in crisi il buon gusto.

Ma fortunatamente “Living The Dream” non è solo questo. “Never judge a book by its cover” insomma.

La fredda cronaca

Mettendo in un angolo l’artwork non resta che concentrarsi su quello che il dinamico duo Hudson – Kennedy ha creato dopo qualche anno di assenza dai palchi. Almeno in questa forma. Il disco è parte in maniera decisamente positiva perché “The Call Of The Wild” e “Serve Your Rights” colpiscono per il groove rotondo che unisce la chitarra di Saul Hudson e l’ugola di Kennedy. Un blues – rock (la seconda) all’ennesima potenza e con un livello di distorsione corposo.

Bella “My Antidote” che unisce parti tambureggianti ad una chitarra pronta ad incendiare una miccia cantata da un Kennedy convincente.

“Lost Inside The Girl” è invece una canzone dai tratti meno urgenti, dove la chitarra di Saul sembra quasi sospesa a guidare la voce di un Myles ipnotico. Bello il ritornello (saranno anni di rock ed heavy metal a tutto volume, ma mi è parso di sentire in maniera praticamente certa una citazione di “Impressioni di settembre” della P.F.M.) e la trama di una canzone crepuscolare.

C’è poi il momento “lacrima” (chi ha detto “Don’t Cry” e “November Rain?”) intitolato “The One You Love Is Gone”, dove il crescendo emozionale diventa evidente nella linea melodica del ritornello “the time will ease the pain of losing something that was pure and beautiful”. Non un capolavoro, ma una canzone che sa fare ottimamente il suo mestiere. Regge ancora l’urto il singolo “Driving Rain”, fresca e divertente.

Il disco zoppica un poco con brani di “maniera” come “Sugar Cane” e “The Great Pretender”, non canzoni brutte ma qualcosa che non gira sempre in maniera perfetta. Soprattutto in “T.G.P.” la chitarra di Slash sembra quasi pigra, a voler far un compitino e non andare oltre a quanto scritto a tavolino con gli altri della band. Resta però una canzone ben superiore ad una “media rock” sentita negli ultimi tempi.

Quello che colpisce di questo disco è la capacità di far comunicare con successo semplicità e melodia. Un qualcosa che – indipendentemente dal “fattore già sentito”, che sappiamo presente – dopo le note delle prime canzoni ti trascina a scuotere la testa quasi in maniera inconsapevole.

Intensità, non una nota (o quasi) fuori posto ma tutte già conosciute e prevedibili. Male? No, assolutamente perché manovrare tra gli spigoli di una materia complessa come l’hard rock spruzzato di blues è sapienza di pochi.

Pregio positivo quello di trascinare nell’ascolto, perla rara che costruisce un legame praticamente indissolubile con chi ascolta.

Semplicità, chitarre che urlano ed una band che combatte una nota dietro l’altra. Questo è rock ‘n’ roll. Prendere o lasciare.

Voto recensore
7
Etichetta: Snakepit Records / Roadrunner Records

Anno: 2018

Tracklist: 01.Call of the Wild 02. Serve You Right 03. My Antidote 04. Mind Your Manners 05. Lost Inside the Girl 06. Read Between the Lines 07. Slow Grind 08. The One You Loved Is Gone 09. Driving Rain 10. Sugar Cane 11. The Great Pretender 12. Boulevard of Broken Hearts
Sito Web: https://www.facebook.com/Slash/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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