Dream Theater – Recensione: Six Degrees Of Inner Turbulence

Su una cosa non c’è alcun dubbio: ‘Six Degrees Of Inner Turbulence’ è un lavoro che nasce sotto la stella della discordia. Discordia che dividerà critica e fans e che sembra paradossalmente partire dalle intenzioni stesse della band che più che uscire con un disco doppio, pubblica due dischi ben distinti venduti in un’unica confezione. Appare infatti evidente come il primo Cd sia il risultato di una sperimentazione senza precedenti nella carriera del gruppo, tanto che non mancano virate moderniste assimilabili al post rock contemporaneo, mentre la lunga suite che occupa il secondo Cd sia tutto sommato il classico brano progressivo-melodico-pomposo che ognuno do noi si aspetterebbe di trovare su un disco dei Dream Theater. Diversità stilistiche a parte è il primo disco a godere del nostro favore: la dura ‘Glass Prison’ riesce a combinare Metallica e modernità senza stancare, ‘Misunderstood’ riveste di una bella melodia le atmosfere della musica a 360°(dai Tool ai Rush) e ‘The Great Debate’ continua degnamente sulla strada di questo sperimentale ‘crossover’ tra culture rock. La title track al contrario riesce a farci sbollire l’entusiasmo da subito, complice la interminabile intro sinfonica affidata alla tastiera del pur eccezionale Jordan Ruddess, ma il polpettone ultra-melodico che ne segue non è sicuramente da meglio: troppi i passaggi già sentiti e troppo poche le idee per non lasciare affiorare quella fastidiosa sensazione chiamata noia. E qui si aprono le discussioni: gruppo allo sbando, senza una vera identità? Oppure una naturale evoluzione per chi sta con i piedi e la testa nel suo tempo? Vista la situazione entrambe le tesi godono di una certa credibilità. Probabilmente bisognerà aspettare la prossima esibizione live e i futuri sviluppi discografici per chiarirsi le idee. Per quanto riguarda ‘Six Degrees…” si potrebbe forse parlare di un disco nell’insieme sufficiente. Si potrebbe, se non fosse che è il sesto disco della band, e che ha il numero sei nel titolo, con un terzo sei abbinato come voto qualcuno potrebbe cominciare a sentire odore di zolfo. Ci è sembrato quindi più conveniente spezzare il giudizio.

Voto recensore
7
Etichetta: Atlantic

Anno: 2002

Tracklist:

Tracklist: CD1: The Glass Prison / Bind Faith / Misunderstood / The Grate Debate / Disappear


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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