Dream Theater – Recensione: Six Degrees Of Inner Turbulence

Costantemente assaltati da orde di feroci detrattori –ai quali a volte ci sentiamo di essere solidali, inutile negarlo- i Dream Theater ci hanno condotti al punto in cui non è più possibile parlar di loro senza presentare una visione critica compiuta e quanto più possibile articolata. Al punto in cui non ha più senso cercare una valutazione tecnica che si sa già essere straordinaria: al punto in cui, davvero, è necessario entrare nel gruppo e nella musica che compone per cercarne il valore intrinseco, quello che sta sotto la superficie e che deve meritarsi l’appellativo di “progressivo” in senso strettamente etimologico. Passando all’analisi, si nota che l’ingresso al disco selezionato dai Dream Theater è straordinariamente esauriente del successivo centinaio di minuti. ‘The Glass Prison’ è afflitta da un’ipercinesi costante che non lascia respirare i pezzi, un affastellarsi di suoni slegati, un continuo percuotere che inchioda le aperture migliori ad un generico formato prog-metal. In poche e isolate situazioni il gruppo dimostra aperture moderne sufficienti da poter parlare di un consistente ammodernamento ma si dimostra poi debole, vulnerabile alla tentazione di rientrare a testa alta e pugni chiusi nell’atletico labirinto della tecnica sovrumana. ‘Blind Faith’ è stucchevole come il titolo che porta, si costruisce e regge da sola ma usa i soliti passaggi, le solite modalità di transizione fra pieno e vuoto. Accenna al blues, prova timidamente un’avanzata quasi motorheadiana, salvo poi cascarci di nuovo, mollare il tutto e tornare su territori progressivi dove ormai, davvero, l’erba ha smesso di crescere. Meglio piuttosto ‘Misunderstood’ che costringe di nuovo, dopo la sbornia di segni di ‘Blind Faith’, a destarsi, ad ascoltare quello che tutto sommato dev’essere un disco rock senza far correre la mente a ginnastiche strumentali proibitive, riuscendo anzi ad essere complessa ma dapprima solenne e poi minacciosa, articolata ma finalmente riconoscibile. Discorsi vani, purtroppo, dato che la successiva ‘The Great Debate’ suona banale e null’altro. Senza malizia. Intricate soluzioni tecnicissime, Portnoy in primo piano, ambientazioni dal vago sapore epico, stoppati che chiudono il tiro del pezzo e rilasciano andare quando stemperati dalle tastiere. Ortodossia compositiva? Una serie di luoghi comuni piuttosto. Se l’indice massimo di modernità è la sovrapposizione quasi costante di un campionamento vocale vediamo la luce in fondo al tunnel allontanarsi definitivamente. Passando al secondo disco le cose purtroppo non migliorano e ci troviamo a suggellare il trionfo del manierismo con un ‘Overture’ che snatura il nome datole non limitandosi rispettosamente ad “aprire”, appunto, ma che cerca di attirare l’attenzione su di sè imbottendosi di passaggi di ogni genere, fornendo il consueto sovraccarico di segni con l’aggravante che questa volta la tentazione è di tipo sinfonico/neoclassico: nel migliore dei casi sembra di ascoltare i Queen più tronfi e overprodotti. ‘About To Crash’ continua sull’espressione strumentale e quando subentra ‘War Inside My Head’ la strada comincia a salire, inerpicandosi ciecamente su per ‘The Night That Stumped Them All’ e ‘Goodnight Kiss’ fino al rientro a schemi sopportabili con ‘Solitary Shell’, che in compenso snocciola una tremenda serie di modalità stile “monday morning” peggiorando addirittura la situazione quando lascia il posto al trascurabile rock da FM marinato nel prog del reprise di ‘About To Crash’: siamo a 35 minuti e non è successo NULLA. Il finale non riserva sorprese e ci troviamo a scuotere il capo congedandoci definitivamente da un gruppo che ha saputo essere libero e geniale ma che allo stato attuale delle cose sembra non voler consciamente rompere gli schemi per approcciare un’espressività vera e originale. Imperdonabile poi cercare di farci credere che ‘Six Degress Of Inner Turbulence’ sia un’unica canzone: la cosa suona molto meglio dentro un comunicato stampa che non su disco. In definitiva, ci sentiamo di sintetizzare il discorso dicendo che il problema dei Dream Theater è quello di saper scrivere musica ma di non saper trarre alcunché dal mondo a cui è destinata, lasciandola in qualche modo sospesa senza radici e senza prospettiva di diventare, un giorno, descrittiva e significante di una realtà contingente. Per qualcuno è la dimensione del sogno, per altri semplicemente un castello in aria, destinato all’oblio ancor prima che al crollo.

Voto recensore
4
Etichetta: Atlantic

Anno: 2002

Tracklist:

Tracklist: CD1: The Glass Prison / Bind Faith / Misunderstood / The Grate Debate / Disappear CD2: Six Degrees Of Inner Turbulence(I-Overture, II-About To Crash, III-War Inside My Head, IV-The Test That Stumped Them All, V-Goodnight Kiss, VI-Solitary Shell, VII-About To Crash(Reprise), VIII-Losing Time/Grand Finale)


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