Sinner’s Blood – Recensione: The Mirror Star

Vengono dal Cile i Sinner’s Blood, e gran parte delle fortune del loro disco di debutto, pubblicato da Frontiers, sono affidate al talento del frontman James Robledo (The Voice Chile) ed all’esperto chitarrista Nasson, polistrumentista qui anche in veste di compositore e produttore. Che tra i due ci sia una buona chimica, e che in qualche modo si siano scelti sulla base di una visione forte e condivisa, lo si intuisce facilmente avviando l’ascolto di “The Mirror Star”, un disco che fin dalle prime battute serve sul piatto una sferzata energica ed al tempo stesso melodica di hard’n’heavy di pregevole fattura. Molto del dinamismo di “The Mirror Star” risiede nel riffing agile di Nasson (“Awakening”): ben supportato da una instancabile sezione ritmica, il gruppo si pone sullo stesso livello dei migliori Firewind, dei dimenticati Blackstar Halo, degli amati Sentenced nei rari momenti in cui erano in vena di fare festa (“Kill Or Die”) oppure dei connazionali e sottovalutati Six Magics. E’ soprattutto la concentrazione chirurgica degli elementi a fare intuire, da subito, la bontà del risultato: benchè essa vada a discapito di quella varietà della quale in fondo nessuno ha davvero bisogno, non serve avventurarsi oltre i primi tre o quattro episodi della playlist per capire che i Sinner’s Blood hanno ben chiaro cosa vogliono suonare, come vogliono farlo e per quali caratteristiche vogliono essere tenuti in considerazione a partire da questo 2020.

All’interno di un quadro piuttosto solido, un elemento di buona originalità è costituito da alcuni piccoli elementi elettronici ed altri di maggiore intreccio ritmico: in possesso di una buona tecnica, come spesso accade con le band sudamericane, i cinque cileni dimostrano di potersi muovere con sicurezza su terreni eterogenei, variando dai momenti più heavy ad altri che rasentano lo speed/thrash (“The Path Of Fear”): il drumming di Guillermo Pereira è così brillante (“Never Resting Soul”) da fare esso stesso reparto e la voce di James Robledo ha una personalità tale – nominiamo Ronnie James Dio, Jorn Lande e Russell Allen per dare un’idea – da poter ricondurre il tutto ad uno stile forse non originale ed a tratti sbilanciato sulle parti corali, ma certamente sufficientemente personale per assicurare ai Sinner’s Blood un tesoretto fatto di piglio e riconoscibilità iniziali. Il disco è talmente equilibrato, e la sua qualità orizzontale, che non è facile segnalarne un momento particolare: “Remember Me” ricorda il Bruce Dickinson solista, “Never Again” riesce a fare tanto e bene, senza che nessuno dei due aspetti sacrifichi l’altro, e l’orchestrata “Forever” avrà pure un titolo banalotto – come parte dei testi, per la verità – ma trabocca di quella nebbia fitta e misteriosa che ci saremmo aspettati di trovare a Seattle negli anni novanta, quando i Queensryche cantavano Silent Lucidity accompagnati dal canto dei gabbiani, piuttosto che dalle parti dell’assolata Santiago. 

Pur senza reinventare la ruota, la band di Robledo e Nasson riesce nel proposito di offrire una prova ugualmente tirata e melodica, stracolma di cori e voci raddoppiate, sontuosamente prodotta e caratterizzata da un drive denso e maschio che la accompagna dal primo all’ultimo minuto. Al termine di tre buoni quarti d’ora di ascolto, sette minuti dei quali rivendicati dall’ambiziosa “Who I Am”, non rimane altro che prendere supinamente atto delle sue diffuse qualità: nonostante una (comprensibile) insistenza sul formato-canzone a loro più congeniale, i Sinner’s Blood si presentano con un lavoro maturo sotto tutti gli aspetti, curato nei dettagli quanto basta per emergere dalla massa, intelligentemente privo di ammiccamenti sudamericani che-il-ritmo-ce-l’hanno-nel-sangue e pulsante dal primo all’ultimo momento come ci si aspetterebbe da chi, al debutto, vuole raccontarci tutto di sé per accoglierci con generosità nel suo mondo. Questo album si ascolta, si canta, si balla e si vive: è arte pratica che si respira e che si usa, programmazione ed esecuzione, sudore e cura ripetuta del dettaglio, senza che l’ascolto sia forzatamente orientato in un senso o nell’altro. “The Mirror Star” è un disco bello, vero, libero e di liberatoria energia: una constatazione che nella sua disarmante e ribelle semplicità vale più degli aggettivi, della grigia retorica e dei voti.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. The Mirror 02. Phoenix Rise 03. Never Again 04. Remember Me 05. The Path Of Fear 06. Forever 07. Kill Or Die 08. Never Resting Soul 09. Who I Am 10. The Hunting 11. Awakening
Sito Web: facebook.com/sinnersblood

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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