Seventh Wonder – Recensione: The Testament

Fondati a Stoccolma nell’ormai lontano (sigh!) 2000, i Seventh Wonder sono una progressive band svedese che è stata particolarmente attiva nel corso dei suoi primi dieci anni di vita, supportando formazioni di primo piano (come Queensrÿche, Testament, Redemption) in tutto il territorio europeo e con qualche isolata sortita negli Stati Uniti, salvo poi dilatare notevolmente le uscite una volta entrati nella seconda decade del millennio. “The Testament” è infatti il seguito di “Tiara” (pubblicato nel 2018) e rappresenta la prima testimonianza di come il quintetto scandinavo intende affrontare il gusto dell’ascoltatore moderno. Nonostante i 38.000 fan su Facebook – dopo una carriera discografica abbastanza consistente – ci restituiscano la dimensione di un fenomeno ampiamente riconosciuto ma non propriamente esploso, lo stile melodico proposto dai Seventh Wonder fa di tutto per piacere, senza complicare inutilmente le cose né creare quelle distanze che a volte associamo con i generi più tecnici. Il brano iniziale “Warriors” possiede esattamente quella pulizia esecutiva che ti aspetteresti da un prog moderno di stampo nordico: alla voce pulita di Tommy Karevik si uniscono cori abbondanti, un bell’assolo di chitarra ed un drumming consistente ma funzionale alla scorrevolezza del brano, a comporre un quadro gioioso che ritroviamo anche nella seguente “The Light”.

Nonostante la raffinatezza degli arrangiamenti e l’opulenza delle ritmiche presentino quegli elementi che contraddistinguono senza mezzi termini questo disco in termini progressive, su “The Testament” è la melodia a fare la proverbiale parte del leone, grazie a tracce sempre cantabili e fluide, con quella durata attorno ai cinque minuti che fa prog, ma senza esagerare. Non si tratta di un approccio timido né rinunciatario: basta dare un’occhiata alle recensioni delle usciti precedenti per avere conferma che questo è il genere che piace ai Seventh Wonder, un genere che sembra portare le melodie di Sonata Arctica o Kamelot in un territorio più tecnico ed articolato, aggiungendo un ulteriore step strumentale (“Reflections” è l’unico episodio senza voce) che arricchisce i contenuti senza però stravolgerne la natura melodica e facilmente approcciabile. Inoltre la band dimostra di essere agevolmente in grado di cambiare registro quando serve, spingendo sull’acceleratore della narrazione in occasioni dallo sviluppo più televisivo: è il caso di “The Red River” e “Mindkiller”, nelle quali si avverte più forte il senso del racconto, il coinvolgimento dei musicisti, la trama che tiene tutto legato e coeso nonostante i cambi di ritmo, di tono e di passo. Parlando delle melodie, vi sono all’interno dell’album occasioni nelle quali questa ricerca di scorrevolezza gentile porta a risultati davvero apprezzabili: è il caso ad esempio delle balladCarry The Blame” e “Elegy”, capaci entrambe di trovare una sintesi efficace tra la densità ritmica delle loro strutture, l’intensità dei rispettivi assoli di chitarra e l’appassionata interpretazione di Karevik.

Se c’è una meraviglia che caratterizza lo stile dei Seventh Wonder, questa è proprio la capacità di occupare una zona rosa tra prog e melodic rock (“Invincible”) nella quale è facile trovare un riparo accogliente dal frastuono, dalla rabbia, dalla banalità del troppo facile così come dalla sterilità autoreferenziale del troppo difficile. Uno spazio che qui si presidia con evidente autorevolezza grazie ad un continuo lavoro di sensibilità e cesello (“Under A Clear Blue Sky”), agendo per sottrazione, ricercando una produzione elegante e perfetta, soppesando ad arte ogni elemento affinchè il quadro che ne esce possa raccontare tutta la pienezza del suo colore, ma con la nota tenue del sottovoce. Forte del suo sviluppo equilibrato e cantabile che lo rende un ascolto per tutti ma non per questo banale, “The Testament” è l’esatto contrario di quello stile contemporaneo, divisivo e polarizzante che oggi alcuni amano ed altri odiano. Ma vista la facilità con la quale scorrono i suoi cinquantatre minuti, c’è da chiedersi se – in barba ai consigli degli esperti di comunicazione – questo approccio così bilanciato e gentile, eppure ricercato e personale, non sia proprio quello di cui abbiamo bisogno per rinfrescare gli ascolti e le idee.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Warriors 02. The Light 03. I Carry The Blame 04. Reflections 05. The Red River 06. Invincible 07. Mindkiller 08. Under A Clear Blue Sky 09. Elegy
Sito Web: facebook.com/seventhwonderofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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