Seven Spires – Recensione: Gods Of Debauchery

“Emerald Seas” costituisce senza dubbio la continuazione di un percorso interessante e di sicura prospettiva, al quale manca solo il cuore che c’è nelle piccole cose per diventare davvero grande. Circa un anno fa concludevo con queste parole la recensione del predecessore di “Gods Of Debauchery”, ultimo lavoro di una formazione giovane ma già in grado di produrre, grazie anche agli studi condotti presso il Berklee College of Music di Boston, contenuti tecnicamente rilevanti. Rispetto al sopracitato “Emerald Seas”, un disco che era stato commercializzato sotto l’etichetta di symphonic metal, i Seven Spires di oggi suonano più concentrati e aggressivi, trovando con maggiore immediatezza un bilanciamento convincente tra le complesse impalcature sinfoniche ed il cantato maschile in chiave growl. Il meccanismo non si riduce quasi mai ad un banale botta e risposta tra le voci, novità che sarebbe di poco più eccitante della scoperta dell’acqua calda: più spesso sono invece i diversi momenti, per usare un’espressione classica, a lasciare spazio ad una voce o all’altra, con i diversi timbri utilizzati non come semplice artificio ma come sfumature con le quali aggiungere spessore ad ogni brano.

La pienezza implacabile che contraddistingue ognuna delle sedici orchestrazioni è forse l’elemento che vale a questo lavoro la nuova catalogazione di extreme metal: se anche le sue sonorità si possono definire melodiche – pur talvolta nella loro accezione più death (“Gods Amongst Men”) – la complessità degli intrecci si mantiene sempre su valori elevati, facendo di questo ascolto un’esperienza stimolante anche dal punto di vista fisico. La scelta di far giocare la band in un campionato diverso, e che probabilmente le appartiene di più, si rivela azzeccata ed induce all’ennesima riflessione sui limiti delle categorie ed i danni che le aspettative errate possono talvolta provocare. Se quella di fare ordine è un’esigenza che i nostri cervelli si portano dietro da millenni, è anche vero che un ascolto coerente con quello che ci viene promesso si rivela spesso un’esperienza più lineare, coerente, appagante. La visceralità è un altro degli aspetti che su “Gods Of Debauchery” sembrano aver trovato espressione più immediata e spontanea: tecnicamente dotati al punto di far sembrare tutto facile, i quattro americani riescono qui nel difficile intento di privilegiare la musica rispetto ai meri tecnicismi, come se questa volta l’esigenza di dimostrare qualcosa venisse in secondo piano. Si passa allora da episodi dalle ritmiche più cadenzate come “The Cursed Muse” ad altri nei quali non mancano suggestioni più femminili (“Echoes Of Eternity”), gotiche (“This God Is Dead” è una splendida suite dai toni cinematografici che mi ha ricordato i Deathless Legacy di Saturnalia) ed orientaleggianti (“Ghost Of Yesterday”), in un tripudio densissimo nel quale archi, orchestrazioni e continui fill di batteria (“Dare To Live”) costruiscono un muro sonoro davvero imponente, che non posso nemmeno immaginare in una sua versione live. Personalmente ho molto apprezzato anche i momenti nei quali l’impeccabile Adrienne e compagni sembrano concedersi qualche momento più divertito e spensierato: “Lightbringer” non è molto diversa da una hit dei redivivi ABBA rafforzata in chiave metallica, “In Sickness, In Health” è – almeno in parte – una dolce romanticheria alla Evanescence e “Oceans Of Time” è un esercizio di sottrazione che, sgrassando la formula, si avvicina piacevolmente ad un power più classico. In tutti i casi si tratta di episodi che nulla tolgono alla seriosità del resto del disco: al contrario, ci raccontano qualcosa di più e di diverso dei Seven Spires, contribuendo a quella costruzione del personaggio che nel primo disco era stata completamente assente.

Finalmente a loro agio con quella inestricabilità colta che, all’insegna delle nuove aspirazioni extreme metal, ne costituisce il marchio di fabbrica, i Seven Spires compiono con “Gods Of Debauchery” un passo laterale di grande e convincente personalità. Il disco regala ottanta minuti di evidente ed implacabile tensione, di sudore autentico e chirurgica precisione, accordando però una maggiore sensibilità alle costruzioni melodiche (“The Unforgotten Name”) ed a quelle sfaccettature in grado di donargli maggiore cuore e senso di prossimità (“Through Lifetimes”). Se nei panni dell’ennesima e derivativa band symphonic metal i Seven Spires stavano decisamente stretti, evidentemente poco propensi ad essere etichettati come Nightwish on steroids, sono bastati alcuni mesi di esperienza in più ed un vestito dalle maglie più estreme per trovare loro un posto ed un palco che potessero, finalmente, chiamare casa.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Wanderer’s Prayer 02. Gods Of Debauchery 03. The Cursed Muse 04. Ghost Of Yesterday 05. Lightbringer 06. Echoes Of Eternity 07. Shadow On An Endless Sea 08. Dare To Live 09. In Sickness, In Health 10. This God Is Dead 11. Oceans Of Time 12. The Unforgotten Name 13. Gods Amongst Men 14. Dreamchaser 15. Through Lifetimes 16. Fall With Me
Sito Web: sevenspiresband.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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