Trinakrius – Recensione: Seven Songs Of The Seven Sins

Avevamo lasciato i Trinakrius con la raccolta “Massacro”, pubblicata nel 2010 da Jolly Rogers Records, ma dobbiamo andare indietro di ben cinque anni per un album di inediti della band palermitana. “Seven Songs Of The Seven Signs” è il terzo lavoro del drummer Claudio Fiorito (già con Holy Knights e Crimson Wind) e soci e si colloca nuovamente a cavallo tra doom e power epic metal. I punti di riferimento dei nostri sono i capostipiti del genere, Candlemass e Sabbath, ma anche il classic ottantiano di Warlord e Cirith Ungol, sapientemente mescolato ad accelerazioni e melodie sinfoniche.

I sette vizi capitali sono i protagonisti delle sette canzoni di “Seven Songs Of The Seven Signs”, attraverso un concept biblico abbastanza noto, mentre la cover conclusiva dei Sanctuary di “Die Form My Sins”, è una chicca per tutti i fans della storica band di Seattle. L’opener “Pride” è il brano più power oriented del cd, con passaggi tellurici di batteria, mentre con la seguente “Sloth” i Trinakrius rallentano i ritmi e ci regalano una cavalcata sulfurea, in cui è l’hammond a creare atmosfere tenebrose. Il disco non disdegna stacchi strumentali ed il basso di Francesco Rubino, come nella migliore tradizione del genere, trova il proprio spazio all’interno del comparto sonoro, senza mai essere invadente. In “Envy” un violino horrorifico apre la strada ad un riff spezzato, mentre “Gluttony” assume connotati vagamente epici, grazie a momenti acustici di grande effetto. Ma è con la conclusiva “Ira”, che i Trinakrius trovano la quadratura del cerchio, ritornando all’uso della lingua madre nel testo e favorenedo un approccio teatrale del vocalist Flavio Sparacello, che strizza l’occhio a King Diamond.

“Seven Songs Of The Seven Signs” segna il gradito ritorno dei Trinakrius, una band da apprezzare per la propria originalità all’interno del panorama italico, sempre più legato a sonorità gothic sinfoniche rappresentate da frontgirl imbellettate. All’interno di questo album si respira un’aria opprimente, decadente e misteriosa, per certi versi un po’ retrò, ma assolutamente apprezzabile. Se il doom ed il power oscuro degli Evergrey è il vostro pane, aggiungete tranquillamente un punto al voto finale.

Voto recensore
7
Etichetta: End Of The Light Records

Anno: 2013

Tracklist:

01. Pride (I am The One)

02. Sloth (Shelve And Delay)

03. Envy (Malicious Desires)

04. Gluttony (Anorexia)

05. Lust (Sex Umanity)

06. Greed (All Mine)

07. Ira (L'oscura Ascesa)

08. Die For My Sins (Sanctuary Cover)


Sito Web: http://www.myspace.com/trinakrius

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