Serpent Sermon

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Serpent Sermon

Marduk

Track Listing

01. Serpent Sermon

02. Messianic Pestilence

03. Souls For Belial

04. Into Second Death

05. Temple Of Decay

06. Damnation’s Gold

07. Hail Mary (Piss-soaked Genuflexion)

08. M.A.M.M.O.N

09. Gospel Of The Worm

10. World Of Blades

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Un passo falso può capitare a tutti. Se nei recenti “Rom 5:12” e “Wormwood”, i Marduk avevano consolidato un modus operandi che non tralasciava lievi velleità sperimentali all’interno del loro sound caratteristico, il nuovo “Serpent Sermon” torna prepotentemente ai lidi di un black metal tecnico e veloce, privo di compromessi con la precedente necessità di esplorare panorami differenti. Non che questo sia un male, in fondo pretendere qualcosa di nuovo dagli svedesi sarebbe quanto meno inutile, ma va anche detto che la dodicesima fatica della corazzata Marduk non brilla in modo particolare. “Serpent Sermon” da l’idea di essere un album transitorio, non molto ispirato dal punto di vista delle composizioni e benché perfetto considerato il lato formale, a tratti ripetitivo. Immaginate un assalto sonoro, una violenza gravida di oscurità che si manifesta in brani veloci e ferali, tuttavia anche piuttosto simili tra loro e privi, per fare il primo paragone che viene in mente, del “tiro” di un capolavoro come poteva essere “Panzer Division Marduk”. Gli unici momenti ragionati arrivano in occasione di “Temple Of Decay” e “World Of Blades”, dove potremo ascoltare dei ritmi dilatati e parentesi di maggiore respiro melodico attraverso dei sinistri rallentamenti. Ma il resto del disco viaggia alla massima velocità su di un binario che avanza imperterrito e sembra non arrivare da nessuna parte. Nemmeno Mortuus in questa occasione sembra essere a proprio agio in modo particolare, sebbene la sua presenza sia ormai consolidata e (soprattutto dal vivo) abbia fugato ogni possibile dubbio da parte dei fan. A rendere giustizia ed eludere l’opacità di parte del lavoro interviene l’ottimo bagaglio tecnico della band, che non sbaglia il colpo e la presenza di una manciata di brani comunque sopra le righe, come la tellurica “Souls Of Belial” e la già citata “Temple Of Decay”. Semplicemente un disco interlocutorio di un ensemble che in genere centra il bersaglio. Può succedere.

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