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Sepultura – Recensione: Machine Messiah

Tra le dichiarazioni piccate dei Cavalera e la delusione dei fan dei vecchi album che ad ogni occasione esprimono il loro sdegno per come oggi si presenta il gruppo, ci si dimentica spesso di un dato di fatto; nel bene o nel male i Sepultura sono ancora qui, sopravvissuti a varie vicissitudini e rimangono comunque una band in grado di attirare un sufficiente numero di fan da restare attiva. Il che qualcosa vorrà pur dire.

Se infatti lasciamo per una volta che a parlare sia la musica, va detto che la band di Kisser e co. non ha sempre prodotto dischi così infami e che, anzi, alcune uscite sono davvero buone. Questo nuovo “Machine Messiah” è addirittura eccellente, probabilmente il miglior disco della band dai vecchi tempi, caratterizzato da molta varietà nella composizione e da un ottimo livello strumentale.

Stilisticamente ci sono infatti alcune novità, con passaggi strumentali più melodici e articolati del solito (come ad esempio in “Iceberg Dances”, strumentale dal ritmo incalzante, ma dal grande respiro armonico), nonché una bella prestazione di Eloy Casagrande dietro ai tamburi. Il nostro si rivela una bella macchina, abile nel tenere botta sia nelle parti più estreme che nei momenti di puro dinamismo simil-tribale.

Se prendente ad esempio un brano come “Phantom Self” si capisce come la miscela tra aggressività e parti più vicini alla musica tradizionale, qui dal timbro orientaleggiante, funzioni davvero bene in più di un’occasione. Non da meno sono però i momenti più intensi e più classicamente thrash/death, come la sparata “I Am The Enemy” (ma anche la bella “Vandals Nest”), decisamente in linea con i momenti più ‘core del gruppo, ma resa in maniera davvero efficace, oppure la più varia, ragionata e groovy “Silent Violence”.

Sorprende poi l’uso di inserti di tastiera, come nella cadenzata e magniloquente “Sworn Oath”, ma anche la capacità di cambiare le carte in tavola ad ogni canzone, arrivando con la ottima e avvolgente “Alethea” a crear un brano in cui un notevole tappeto ritmico (ancora una volta sugli scudi il bravissimo Casagrande!) viene incastrato con riff più storti del solito, creando un insieme che per lo standard della band si può definire quasi progressivo.

Anche la prestazione dietro al microfono di Derrick Green, diciamolo, di solito tra i punti più deboli delle uscite della band, questa volta è meglio di quanto pronosticabile, e ci consegna un singer che ci mette una maggiore intensità e una bella incisività, con anche qualche passaggio lievemente più melodico (non aspettatevi però più di tanto).

Non ci sono le premesse storiche perché si possa parlare di vera rinascita, visto che oggi non basta fare un bel disco per far scattare in alto l’interesse di un popolo metal totalmente ancorato al passato, ma di sicuro chi ancora avrà voglia di concedere una possibilità alla band, questa volta non potrà restare assolutamente deluso.

sepultura-machine-messiah

Voto recensore
8
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Machine Messiah 02. I Am The Enemy 03. Phantom Self 04. Alethea 05. Iceberg Dances 06. Sworn Oath 07. Resistant Parasites 08. Silent Violence 09. Vandals Nest 10. Cyber God

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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