Sepultura – Recensione: Arise

Spesso nella carriera di un gruppo di successo arriva il disco che ti permette di imprimere la svolta, quello che certifica senza ombra di dubbio che da quel momento in poi sarai nell’olimpo delle band che contano. Per i Sepultura quel disco è stato “Arise”. Se da un lato infatti il successo underground delle precedenti uscite, soprattutto del fantasmagorico “Beneath The Remains”, aveva già garantito loro un seguito solido e appassionato, l’album qui trattato li ha definitivamente lanciati oltre il muro delle band di culto per portarli tra i grandi di sempre e lo ha fatto probabilmente nell’ultima finestra di tempo utile prima che il metal cominciasse a perdere appeal per la massa e l’underground tornasse ad essere il rifugio naturale per i fan più giovani e quelli più radicali.

Uscito quindi nel momento più propizio, “Arise”, è musicalmente un grande album, perfettamente calibrato tra la tradizione del thrash più aggressivo di band come Slayer, Dark Angel e Kreator e il sound cupo e ribassato dell’emergente death metal, con in aggiunta una sorprendente immediatezza nel songwriting e quella cura del suono che non era così scontata per una band proveniente dal marcio underground sudamericano. Proprio l’abilità nel mantenere intatta la brutale cattiveria delle prime uscite, abbinandola alla professionalità della resa sonora dei Morrisound Recordings è l’arma vincente di canzoni come la stessa “Arise”, “Dead Embryonic Cells” o “Under Siege (Regnum Irae)”… tutti istant classics che hanno smosso gli animi di praticamente chiunque avesse un qualche interesse nel metal di quel periodo.

Nonostante la relativa semplicità della struttura i brani sono però ricchi di spunti e particolarità sempre azzeccate, come ad esempio l’intro acustica o l’atmosfera che pervade una canzone come “Desperate Cry” e l’aggancio tribale di una clamorosa “Altered State”. Una banalità, probabilmente, se ascoltata con le orecchie di oggi, ma non così scontata in un’epoca in cui per farsi notare bisognava in primo luogo pestare velocissimi ed urlare più forte degli altri. I Sepultura sfuggono invece il lato oscuro del cliché e si concentrano sulla qualità della scrittura, confezionando una stringa di canzoni “minori” (molto tra virgolette) come “Subtraction”, “Meaningless Movements”, “Infected Voice” o “Murder” alle quali viene veramente difficile aggiungere o togliere anche una solo nota per quanto si dimostrano perfette.

Risultato? Un lavoro magistrale, che ha fatto epoca, e che si presenta ancora oggi come l’apice di un’evoluzione sonora partita anni prima con i vagiti ancora incerti di “Bestial Devastation” e che ha portato la band a dominare nel settore specifico, pareggiando la fama e l’appeal sui fan delle formazioni a cui loro stessi si erano ispirati anni prima. Una sensazione di pienezza di risultato che gli stessi Sepultura devono aver condiviso, vista la svolta evidente messa in atto già con il successivo “Chaos A.D.”. Ma questo sarebbe tutto un altro discorso…

Etichetta: Roadrunner

Anno: 1991

Tracklist: 01. Arise 02. Dead Embryonic Cells 03. Desperate Cry 04. Murder 05. Subtraction 06. Altered State 07. Under Siege (Regnum Irae) 08. Meaningless Movements 09. Infected Voice

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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