Long Distance Calling – Recensione: Satellite Bay

Sotto il misterioso moniker di Long Distance Calling si nascondono cinque musicisti originari di Munster, Germania, che propongono un post-rock davvero convincente, che prende spunto dalla tradizione di acts come Godspeed You Black Emperor! e gli Isis più distesi. Non mancano comunque delle influenze più alternative, derivate dalle atmosfere cupe di Tool e Dredg, ma la matrice principale dell’album è quel post-rock strumentale malinconico e riflessivo. I Long Distance Calling corrono parallelamente alle nuove formazioni che sono emerse nel panorama sperimentale con idee sempre fresche e convincenti, come 65daysofstatic e Magyar Posse, perché ‘Satellite Bay’ è un album etereo nella sua direzione ed avvolgente nella sua atmosfera. Le chitarre disegnano degli intrecci suadenti e onirici, rinforzati da patterns di batteria sempre vari ed elaborati, come dimostra l’opener ‘Jungfernflug’.

Non ci sono spazi per una voce cantata (solo il parlato narrativo viene proposto), coerentemente ai canoni del rock sperimentale, perché i veri protagonisti di ‘Satellite Bay’ sono gli strumenti, che conducono l’ascoltatore nei meandri di una musica tanto bella quanto complessa.

Si consiglia pertanto l’approccio al sound dei Long Distance Calling a coloro che desiderano godersi un’ora di post-rock all’insegna della magia e dell’introspezione, senza tralasciare le indiscutibili doti tecniche dei musicisti in questione.

Voto recensore
8
Etichetta: Viva Hate Records/Archetype

Anno: 2007

Tracklist: 01. Jungfernflug
02. Fire in the Mountain
03. Aurora
04. Horizon
05. The Very Last Day
06. Built Without Hands
07. Swallow The Water

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