Saints Trade – Recensione: Time To Be Heroes

Quando arrivi dalla provincia, Bologna ti sembra la Nuova York di Woody Allen. Frotte di studenti con la fame di vita dipinta sul volto, turisti cinesi in piazza Maggiore attratti da tutto, coppie di anziani che discutono animatamente mentre passeggiano tenendosi per mano, mattoni rossi baciati dal sole ed un onnipresente profumo di sugo al ragù, che ti fa sentire a casa mentre gli aerei solcano il cielo, così vicini che non serve nemmeno Flightradar per capire da dove arrivano, o dove vanno. Nonostante i problemi che affliggono ogni grande città, come i piccioni, Bologna ti regala un’iniezione di vitalità che rende – fosse anche solo per un istante di spregiudicata illusione – ogni cosa più vicina e possibile. Bologna si traveste da piccola per farti sentire grande, ti ammaestra, e così diventa più tua (Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry, 1943). Culla morbida di cantori e cantautori, il capoluogo emiliano è però anche un centro di sale prove, club e band votati alle tante forme del rock: dal death metal degli Electrocution al rock melodico dei Saints Trade, a Bologna la musica è il dado (ma non nominatelo nemmeno, da quelle parti) buono per insaporire qualsiasi giornata.

Formati nel 2009 e già autori di un full-lenght cinque anni più tardi, la band fronteggiata da Santi Libra può vantare esperienze internazionali, collaborazioni importanti come quella con il chitarrista e produttore Tony Denander e la tenacia per giungere, dopo essersi ristretta ufficialmente ad un terzetto, alla pubblicazione del secondo album. Rispetto al debutto Robbed In Paradise, Time To Be Heroes segna maggiori coesione e focus compositivo, arrangiamenti più articolati ed una prestazione convincente anche dal punto di vista tecnico. Il linguaggio è quello dell’arena rock, con canzoni di immediata comprensibilità ritmica, riffing agile & rima facile che invitano alla condivisione, alla partecipazione ed al divertimento che scaturisce dai suoi ritornelli: alla generale sensazione di pienezza contribuiscono non solo gli assoli chitarristici formalmente accurati di Claus e Roberto Priori ma anche l’utilizzo non banale delle tastiere da parte del guest Pier Mazzotti, un basso davvero suonato e soprattutto l’ottima scuola di Eleonora Mazzotti, capace con la sua voce di aggiungere ulteriore fluidità personalità e presenza a cori (“Queen Of Love” con il suo sfizioso controcoro ed il finale spiazzante di “Middle Of Nowhere”) e strofe spesso raddoppiate. Il singolo “Higher” parte un po’ sornione e invece è italian e potentissimo nonostante qualche “yeah” di troppo, il mood è pre-ottantiano (“Destiny” ricorda un musical del 1978) e generalmente luminoso (anche quando si parla di “Night Children”), le durate dei singoli brani sostanziose e la proposta mai superficiale grazie alla freschezza di effetti ed arrangiamenti orchestrali (“Two As One”, notevole anche il testo) che, statistiche alla mano, riservano una media di almeno una sorpresina per brano.

Tutto rose rosse e fiori, quindi? Quasi, perché è proprio in virtù dell’acquisita sicurezza con la quale la band si muove lungo queste coordinate che al disco si può imputare, se non una mancanza di coraggio, un atteggiamento quantomeno prudente che – in tempi di cocktail sbagliati e cultura dell’ibrido – ci priva del brivido di percorrere un pezzetto di strada al buio insieme ai Nostri. Qui si rimane in una zona franca (“The Rose”, “Hills Of Sarajevo” e “Twist In The Tail” girano intorno, e intorno, e intorno, come i peripatetici di Aristotele 2500 anni fa) privata degli effetti dirompenti degli estremi, dove ci sentiamo rassicurati, felici, soddisfatti, come se non ci mancasse nulla. La tracklist non può dirsi ripetitiva né rinunciataria, eppure – in modo più marcato nella sua seconda parte – manca quella cattiveria graffiante, quella ingenuità spavalda e cazzo davvero eroica, quella temibile maledizione del secondo disco (Skid Row, Slave To The Grind, 1991) che a volte rappresenta un secondo battesimo, e facendo masticare la terra finisce per diventare una fortuna. Una considerazione questa che induce a riflettere su quanto – e quanto in fretta – un gruppo possa crescere e cristallizzarsi sapendo drizzare le antenne, cogliere le occasioni e passare un buon numero di ore in sala prove. Time To Be Heroes è il Robbed In Paradise come avrebbe dovuto essere: un disco allevato con amore, appagato e funzionale alla sua visione elegante, con il quale i Saints Trade non dimostrano la forza di saper amministrare il rischio ed i benefici creativi che da esso possono derivare, ma che appare perfetto per celebrare dieci anni di carriera e donare loro la consapevolezza di parlare fluentemente il linguaggio del genere che li appassiona.

Etichetta: Burning Minds Music Group / Art Of Melody Music

Anno: 2019

Tracklist: 01. Livin' To Rock 02. Night Children 03. Destiny 04. Higher 05. Two As One 06. Queen Of Love 07. Born Hunter (Not The Prey) 08. Hills Of Sarajevo 09. Twist In The Tail 10. The Rose 11. Middle Of Nowhere

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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