Saints Trade – Recensione: The Golden Cage

I Saints Trade vengono da Bologna e fanno cose interessanti. Suonano hard rock melodico, certo, ma lo fanno da tempo con una visione ed una ambizione che trapelano dagli album precedenti, dalla cura delle copertine, dalla realizzazione dei video, dalla meticolosa scelta dei collaboratori e dalla felice congiuntura sotto la quale alcuni pregevoli singoli sono venuti alla luce. Punching above their own weight, direbbero gli americani, ed è innegabile che la concentrazione e la continuità con la quale questa formazione sta cementando il proprio percorso la rendono di per sé meritevole di un’attenzione e di un’aspettativa speciali. Avendo già avuto l’opportunità di recensire – ed apprezzare – il precedente lavoro della band fronteggiata da Santi Libra, mi sono accostato con interesse all’ascolto di “The Golden Cage”, perché la sensazione che manchi davvero poco alla definitiva maturazione di questo trio aleggia ormai da tempo. Composto ai tempi del lockdown, come il suo titolo lascia facilmente intuire, il disco può avvalersi della spinta di due forze contrastanti: se da un lato le lunghe giornate spese tra le mura domestiche hanno presentato delle sfide, dall’altro è nella rinascita e nel riscatto offerti (anche) dalla musica che sarà possibile ritornare, ascoltando un po’ di sano hard rock con o senza pretese (“Lockdown Blues”), ai tempi d’oro del nostro genere preferito. Un disco di consapevolezza e speranza, dunque, ingredienti che possono tradursi in una miscela musicalmente esplosiva se lasciati maturare senza ansie, colti al momento giusto e poi dosati con bravura.

Finalmente!” ho pensato quando “Neverland” ha cominciato a suonare nel mio stereo. Se in passato avevo rimproverato ai Saints Trade di risentire in parte degli agi della grassa provincia emiliana, vivendo la vita del rocker ma senza mai sporcarsi davvero le mani, la traccia d’apertura sembra confermare gli effetti benefici delle privazioni imposte dagli isolamenti. Anche grazie al drumming di Paolo Caridi (Arthemis, Hollow Haze, Sweet Oblivion, Killing Touch), molto più incisivo rispetto a quanto proposto dalla band in passato, i Saints Trade hanno innestato una marcia fatta di arrangiamenti di classe (“Break The Chain”), maggiore asciuttezza (con quasi tutte le tracce inferiori ai quattro minuti che danno l’impressione di finire sul più bello, che è un bene) ed una musicalità immediata (“Casino Royale”) che racconta, con palpabile orgoglio, come intendiamo il melodic rock in Italia e nell’area mediterranea in generale. Un genere non sempre esportabile ma sicuramente dotato di una sua personalità, sospeso tra musica popolare ai tempi del bianco e nero, sigle dei cartoni animati con le quali siamo cresciuti ed un orecchio rivolto oltreoceano, generalmente meno oliato di quello scandinavo ma perfetto per raccontare al mondo le nostre province, la nostra energia e quella resilienza lineare che serve per lavorare, studiare, vivere (“Once And For All”).

Ascoltando e riascoltando il disco, la sensazione di trovarsi di fronte ad un nuovo corso è confermata, brano dopo brano, dalla fluida coesione delle strutture (“That’s What I Know”), dalle solide linee di basso (“Born To Do What I Want”), dall’efficacia non scontata dei testi (“Stay With Me”) e dall’intelligente ricorso ai cori a supporto della generosa performance di Santi (“Together We Stand”). C’è tanto sul piatto, insomma, ma su tutto domina una misura (ed una sensibile riduzione del numero degli oh yeah) che mette la musica al primo posto, lasciando a Santi, Claus e Andrea il solo compito di affiatati portavoce. Pur senza tradire la loro natura di rocker melodici e gioiosamente emiliani (“Double Trouble” è estiva e perdonabile), i Saints Trade dimostrano con “The Golden Cage” di aver pensato e realizzato un disco sempre ambizioso ma con i piedi piantati saldamente a terra, finalmente concentrato sulla chimica delle note e sulla spinta contagiosa e propulsiva che solamente da essa può arrivare. Un disco che si ascolta, si canta e piano piano si impara a capire e conoscere, seguendone il racconto e lasciandosi conquistare da uno spirito rock che finalmente appare liberato ed emerge in tutta la sua convincente, e potente, natura.

Etichetta: Art Of Melody Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Neverland 02. Break The Chain 03. Casino Royale 04. That’s What I Know 05. Stay With Me 06. Lockdown Blues 07. Mirror Of Myself 08. Once And For All 09. Together We Stand 10. Double Trouble 11. Born To Do (What I Want)
Sito Web: facebook.com/saintstrade

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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